Diritti

Il circo con animali è un ambiente di violenza e controllo

Tant’è che basta una protesta pacifica per vederne la vera natura. Una realtà in cui gli animali sono un bene da reddito, non creature soggette
Credit: David White  

Tempo di lettura 8 min lettura
10 maggio 2024 Aggiornato alle 06:30

Da bambina mi piacevano gli animali. Cliché, me ne rendo conto. Mi piacevano tantissimo, li disegnavo, li coloravo, li leggevo e li mangiavo.

Ogni tanto, qualche parente mi portava a sbirciare animali inarrivabili, orsi, tigri, leoni, giraffe e lupi, in qualche zoo.

Ricordo nettamente la prima volta che ho visto una giraffa, mica lo sapevo che avessero la lingua blu.

Da allora le ho iniziate a disegnare così, altissime, con la lingua blu. Nei miei disegni le contornavo di una sterminata savana, omettendo il capannone in cui venivano rinchiuse e manutenute, le porte a chiusura stagna.

Ancora, ricordo perfettamente la prima e unica volta in cui sono stata portata al circo. La fila, la folla e le fiere. La furia del domatore, che mi pareva qualcosa di ignoto, a metà tra un torero (non avevo una buona reputazione dei toreri, mia madre mi aveva spiegato come si vince - uccide - un toro) e un clown (i clown, semplicemente, mi facevano pensare a IT, quindi immaginate da voi).

Lo osservavo e non potevo non fissare la frusta, mi faceva un po’ paura. Poi la mia memoria si confonde fino alla pausa che chiudeva la prima metà dello spettacolo. I pop corn, i caroselli di colori e dolciumi, le bibite, i micro show che intrattenevano chi attendeva lo zucchero filato. E poi, il serpente.

I serpenti, insieme agli aracnidi, erano i miei preferiti. Se mi aveste chiesto “che animale preferisci?” allora avrei probabilmente risposto: boa arboricolo. Ero fissata, con quelle spirali a nido con cui sembrava attendere pigramente il risveglio, perso nel verde smeraldino della giungla, mi pareva l’animale più bello del mondo. Quello che mi trovai davanti però, non era nè verde, nè boa. Era un pitone, reticolato, che non sostava su nessun albero in nessunissima giungla, bensì era appeso, piuttosto goffamente a pensarci, nelle mani di un domatore che lo scarrozzava qua e là per depositarlo addosso a chiunque volessi farsi fare una foto ricordo.

Venne da me, i parenti di quel turno circo gli dissero “sì sì”, e me lo vedo pure quello che pensarono: “alla bambina piacciono gli animali, i serpenti, dai sarà contenta.

La bambina invece non era contenta, voleva correre, voleva dire di no, non voleva toccare il serpente, non voleva più stare sotto il tendone o vedere le fruste. E non perché fosse particolarmente intelligente o sensibile, era - ero - una bambina qualsiasi, in un circo qualsiasi, con una sensibilità qualsiasi. Mangiavo animali dopotutto.

Eppure, quel serpente mi fece sentire male, mi assalì un senso di vomito e soffocamento. Da grande ho capito che il serpente mi aveva fatto pena. Nella mia fantasia, infatti, correvo via, con il serpente felicissimo di arrotolarmisi sulla gamba verso chissà quale libertà gli avrei dato nel sobborgo di una città.

La foto non ci fu verso di farmela fare, mi dissero che avevo offeso il “signore del serpente” - ‘tacci loro a imparare un nome - e che non mi avrebbero più portata da nessuna parte.

Trascorsi la fine dello spettacolo evitando di guardare in viso gli animali, giocando con la caramelle e il fondo delle mie tasche. Anche per la mia mente di bambina, era più pensabile scappare con un pitone attaccato alla gamba che con un elefante. Liberare gli animali dei circhi, infatti, sembra utopico.

C’è una legge, la norma della proprietà, per cui qualsiasi atto del genere sarebbe afferente al furto.

Insomma, questi animali sono un bene da reddito, non certo creature soggette. Ogni volta che mi avvicino a un circo per fare foto e testimoniare le reali condizioni in cui vivono, mi chiedo proprio questo.

Ma se anche qualcuno riuscisse a liberarla una tigre, che fine farebbe? Quando si liberano da sole sappiamo bene che fine fanno. Descritte come animali “sfuggiti”, perché dire che se la sono data a gambe pare un po’ troppo, vengono braccate a suon di segnalazioni, video di panico o risate su quello che fanno, e infine catturate e riportate indietro. Dal luogo esatto da cui sono fuggite. Fiere da ri-domare.

Se servono anni di frustate, ricatti alimentari e violenze psico-fisiche a fare saltare un leone su e giù da uno sgabello - e nonostante questo lo spettacolo si svolge dentro una gabbia, un po’ per aumentare la stima verso il domatore un po’ perché vabbè, se gli gira e si gira sai che danno di immagine? - figurarsi quello che può comportare la rieducazione post fuga. La punizione.

Comunque, chiunque abbia visto un circo itinerare avrà notato un certo paio di cose.

La prima, la folla che affluisce, famiglie perlopiù. Tutte felicissime di vedere il leone che somiglia proprio a quelli de Il re leone, la tigre e gli elefanti.

La seconda che i serragli sono spesso a bordo strada, per permettere alle persone di vedere gli animali, ingolosirsi e magari decidere di entrare.

La terza, ma questa non valida per tutti, la vicinanza, in questi serragli, di animali che vengono da zone e ambienti diversi: una zebra, animale normalmente diffuso negli Stati dell’Africa meridionale e orientale, che bruca accanto a un alpaca, camelide originario del Sudamerica. Una bella accozzaglia di interazioni forzate a cui sommare un’altra cosuccia, la quarta: quali che siano questi animali, sostano in province cittadine, brucano erba, dormono in gabbie o container e sentono il rumore di auto e aerei che, oltre a essere sovrastimoli ambigui, non sono certo il loro habitat di riferimento.

Infine, l’ultima cosa che si nota è che attorno al circo vortica spesso un interessante servizio di sicurezza.

Più volte, mentre stavo vicino alle gabbie a fare foto mi è capitato di sentire le compagne avvisarmi dell’arrivo delle guardie del circo. Si avvicinano, osservano, comunicano via raggi, interrogano. Un servizio di sicurezza fino e capillare necessario a mantenere uno stato di sorveglianza. Su cosa? Sulla merce, gli animali non umani che stanno in gabbia. Personale addetto specificatamente al monitoraggio e alla “tutela” del circo. Nemmeno si trattasse di una gioielleria, proteggono tendone e spazio attorno, certo, ma da chi? Dallə attivistə, parrebbe.

Pochi giorni fa, il personale del Circo di Paolo Orfei, ha colpito l* attivistə di Ribellione Animale, intentə a portare avanti una protesta pacifica di sensibilizzazione dentro il tendone del circo. Un atto di disobbedienza civile a cui lo staff ha risposto con la violenza. Riporto parti del comunicato del gruppo che testimonia la reazione del circo:

“28 aprile, all’inizio dello spettacolo pomeridiano “Africa – il regno animale” del circo Royal di Paolo Orfei tenuto al Parco della Pellerina a Torino, cinque attiviste di Ribellione Animale hanno intrapreso un’azione diretta nonviolenta per protestare contro l’uso degli animali nei circhi. Le attiviste sono entrate nell’arena reggendo uno striscione con scritto “Basta animali nei circhi”, sedendosi per terra incatenate tra loro per manifestare il loro dissenso in maniera nonviolenta. Al personale del circo presente sono bastati pochi secondi per raggiungere le attiviste e dare il via a una escalation di violenza davanti all’intera platea – che peraltro comprendeva una moltitudine di bambini e bambine che hanno assistito alla scena – senza minimamente cercare il dialogo”.

Diversə attivistə hanno riportato ferite e contusioni come risultato dell’azione violenta e feroce del circo che si è scagliata contro di loro. Dopotutto, se per insegnare a un elefante la postura eretta a comando si usano pungoli elettrici, catene, frustrate, privazioni e ricompense alimentari oppure versioni più occidentalizzate dell’ankut (gancio che si infila nelle orecchie degli elefanti per controllarli e richiamarli all’ordine, molto usato nelle passeggiate a dorso di elefante), non sorprende scoprire che nel circo la violenza è sinonimo di controllo. Perché sì, di questo si tratta: controllo. Sempre e solo controllo. Potere dei pochi umani che, in altre circostanze, perirebbero e male da uno scontro aperto con tigri, elefanti, zebre, giraffe, ippopotami, cavalli e compagnia.

Attraverso la violenza si cerca di distruggere l’identità dell’animale e costringerlo a tenere comportamenti restituibili come spettacolo.

Nello spazio del circo il dolore violento patito si converte direttamente in denaro. E chi denuncia questa brutalità è sempre a rischio di patirne forme affini. La legge italiana, oltretutto, sembra avere più a cuore cavilli e diritto di proprietà sullə altrə esserə viventə che principi di giustizia. In teoria, infatti, non dovrebbe più essere possibile acquistare animali “da circo”, norma di comodo, che vorrebbe portare al phase out progressivo.

Ma se la maggior parte dei circhi collaborano, pare un po’ dura evitare scambi e attività che li tengano in piedi. Ma soprattutto, in mancanza dell’attuativa, questa legge rimane un po’ vuotina. E siamo onesti, ma al leone che ha comportamenti stereotipici in gabbia, devastato dalla frustrazione, che mangia tranci di animali comprati in macelleria (ho visto polli interi nella gabbia di tigri e leoni), costretto a esibirsi da “re della savana” e a vivere da prigioniero abusato, aspettare “la graduale eliminazione”, quindi la fine della sua vita, potrà mai piacere come idea? Può essere giusto imporre a chi ha vissuto una vita di violenza e gabbia e sfruttamento di morire per vederne la fine? Sarà, ma questa mi pare un’altra forma di violenza, di quelle speciali che si applicano sempre a quellə consideratə ultimə.

Non sono più tornata al circo con animali da spettatrice, non dopo essermi sentita responsabile e impotente, ma per anni ho continuato a illudermi che provare interesse per gli animali fosse abbastanza. Non sapevo una fava di antispecismo. Ora però, le cose sono ben diverse. Quando si ha una consapevolezza, voltarsi dall’altra parte è connivenza. I circhi con animali sono spazi di violenza impregnati di estrattivismo e colonialismo, progettati per riprodurre in pubblico ludibrio le vite di alcunə.

I circhi con animali andrebbero chiusi, lə animalə ospitati in spazi consoni e adeguati al recupero per reinserimento - sempre che sia possibile - o accompagnati nella vita prima della fine.

Ci ho messo una vita a imparare che farsi piacere gli animali non è sufficiente, non per loro, ma una volta capito non si torna più indietro.

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