Storie

Migrare per adattarsi a un clima che cambia

Nel suo saggio Nomad Century, Gaia Vince racconta come il climate change influenza la mobilità umana: «La Terra è anche dei migranti climatici. Anche loro meritano di vivere in un Pianeta che sia abitabile», ha dichiarato a La Svolta
Gaia Vince
Gaia Vince
Tempo di lettura 9 min lettura
9 maggio 2024 Aggiornato alle 13:00

Le migrazioni indotte dal cambiamento climatico hanno sempre caratterizzato la storia umana. Negli ultimi due secoli, con l’avvento della rivoluzione industriale e del riscaldamento globale causato dall’attività antropica, questo fenomeno si è intensificato, e sempre più individui sono costretti a spostarsi per sfuggire a temperature insopportabili, eventi meteorologici estremi o siccità prolungate.

La Svolta ne ha parlato con Gaia Vince, scrittrice britannica e autrice di Nomad Century, un saggio che racconta le migrazioni climatiche in una prospettiva inedita, rinunciando a ogni allarmismo e cercando di adottare una prospettiva più pragmatica ma soprattutto umana a questo tema.

Come si è avvicinata all’argomento delle migrazioni climatiche prima della stesura del libro?

Direi che mi sono approcciata a questo tema in modi diversi. Viaggiare è stato sicuramente uno dei più significativi. Prima di scrivere questo libro ho viaggiato per il mondo per 2 anni e mezzo, principalmente nel Sud, cercando di capire meglio come l’Antropocene stesse impattando sulla vita delle persone, e osservando da vicino fenomeni quali desertificazione, erosione del suolo, o l’innalzamento del livello del mare. In questa avventura, ho incontrato molti “migranti climatici”. Alcuni di loro si definivano così, altri si riconoscevano di più nella definizione di “migranti economici”, nel modo cioè in cui vengono più spesso etichettati in Occidente. Ho conosciuto molte persone che sono state costrette a migrare in maniera abbastanza traumatica, che avevano perso la loro casa e che erano state costrette a fuggire a seguito di alluvioni. Le loro storie mi hanno convinta che quello delle migrazioni climatiche fosse un argomento che aveva bisogno di essere raccontato.

Le migrazioni indotte da fattori ambientali sono sempre avvenute, fanno parte della nostra storia evolutiva: è d’accordo? Cos’è cambiato negli ultimi due secoli?

Assolutamente. Quella delle migrazioni climatiche è una storia millenaria, che caratterizza l’umanità dalla nascita della nostra specie. È grazie alla migrazione che siamo sopravvissuti alle ere glaciali e ci siamo espansi dall’Africa per poi disperderci in tutto il resto del mondo. Insomma, la migrazione umana è stata quasi sempre indotta (anche) da fattori ambientali: gli individui si sono spostati verso zone dal clima più favorevole e abbandonato quelle caratterizzate da temperature più ostili alla propria sopravvivenza, a quella delle coltivazioni o del bestiame. Il clima ha sempre giocato un ruolo primario nel determinare gli spostamenti degli esseri umani. La differenza con il passato è che, oggi, questo aumento costante della temperatura che sta rendendo il Pianeta sempre più inabitabile è causato dalle attività umane. E questo costituisce sempre più un problema esistenziale per le popolazioni che abitano aree altamente vulnerabili a queste condizioni, penso alla regione del Sahel in Africa o al Sud-Est Asiatico. Per questo è diventato fondamentale domandarci se e come possiamo aiutare questi individui a migrare, ammesso che loro stessi vogliano farlo.

Il tema delle migrazioni climatiche è molto complesso. Siamo portati spesso a pensare che gli effetti del cambiamento climatico portino, in ogni caso, a un aumento dei flussi migratori. Sappiamo però che non è sempre così. A volte la crisi climatica esacerba vulnerabilità pre-esistenti, e priva le persone che vorrebbero migrare dei mezzi necessari per spostarsi. In questo senso, non crede che quello dell’immobilità e delle cosiddette trapped populations sia un argomento troppo poco esplorato dai ricercatori?

Non potrei essere più d’accordo. Il fenomeno di quello che in letteratura viene chiamato climate immobility è il lato più oscuro della migrazione climatica. Dobbiamo sempre tenere a mente che, generalmente, le persone che riescono a migrare, e che lo fanno per motivi climatici, sono generalmente le più “ricche”. Quelle che possiedono, cioè, maggiori risorse sia in termini di capitale economico (più risorse finanziarie) che in termini di capitale sociale (presenza di un network di riferimento nel paese di destinazione). E questo è vero non solo nei Paesi del Sud Globale, ma anche in Occidente, dagli Stati Uniti all’Unione Europea. Ogni volta che si verifica un evento estremo, che sia un’alluvione, un incendio o un uragano, sono le persone più povere a rimanere “intrappolate”, a non avere la capacità di spostarsi verso un’area più sicura. Per questo è importante parlare di migrazione climatica anche in un’ottica di giustizia sociale.

Ne abbiamo accennato brevemente all’inizio: alcune persone, per quanto vulnerabili agli effetti della crisi climatica, non vogliono spostarsi. Quali sono, al di là dell’impossibilità economica, le ragioni principali a frenarle?

Anche in questo caso, le motivazioni possono essere diverse: senso di appartenenza al luogo di origine, mancanza di fiducia nelle istituzioni, scarsa conoscenza della lingua. Di frequente, queste persone hanno paura di scontrarsi con forti pregiudizi culturali, di ricevere discriminazioni per il colore della loro pelle, della religione che praticano. Spesso più semplicemente non si sentono pronte ad affrontare lo stigma che pesa su ogni migrante. Per questo continuo a ribadire che la politica dovrebbe aiutare queste persone a spostarsi, anziché ostacolarle.

La narrativa attorno alla migrazione indotta dal clima è ancora piuttosto allarmista. Come emerge chiaramente dalle politiche implementate anche a livello dell’Ue, ci troviamo di fronte a una securitizzazione del discorso sulla migrazione climatica. Ogni migrante, anche quello climatico, continua a essere percepito come una minaccia alla sicurezza interna dello Stato di destinazione. Cosa ne pensa?

Questo tipo di narrativa, che è molto pericolosa e assolutamente dominante nel panorama politico mondiale, è stata portata in auge da leader populisti, e purtroppo non è stata ancora messa abbastanza in discussione. Le cose che vengono dette sono sempre le stesse: “ci ruberanno il lavoro”, “distruggeranno la nostra economia”, “metteranno a repentaglio le nostre tradizioni”. Anzitutto, tutto questo è falso. La maggior parte dei Paesi europei, e l’Italia in particolare, si stanno spopolando. Il calo demografico è sempre più evidente. Per questo esiste, in realtà, un bisogno concreto anche piuttosto urgente di forza lavoro. Una forza lavoro che dovrebbe essere accolta e su cui si dovrebbe investire massivamente, sia in termini di diritto alla casa, di accesso alle cure, di diritto allo studio. Solo così è possibile risollevare le economie di questi Paesi e renderle più produttive e fiorenti sia da un punto di vista economico che da un punto di vista sociale.

Ne faccio davvero una questione di pragmatismo. Le persone devono capire che questo tipo di narrativa securitaria è una forma di masochismo molto perversa. Perpetuare questa retorica populista significa danneggiare in primis i cittadini, le famiglie, le imprese. In altre parole, ci stiamo facendo del male da soli. Nei prossimi decenni quello che accadrà sarà che i Paesi cominceranno a competere tra di loro per portare nei loro territori più migranti. E lo faranno per ragioni meramente economiche. I leader mentono sapendo di mentire. In questo momento storico, a mio parere, sono proprio questi leader populisti (e i miti che continuano a diffondere per qualche voto in più, facendo leva sulle fragilità degli elettori), a rappresentare una minaccia per la nostra sicurezza. Le loro bugie hanno un effetto polarizzante molto pericoloso per la salute della democrazia europea.

Gli attivisti climatici, soprattutto quelli occidentali, spesso si battono a favore della creazione dello status di “rifugiato climatico” nel diritto internazionale. Ciò a dispetto del fatto che, talvolta, coloro che definiamo “rifugiati climatici” in realtà non sono in grado o addirittura non vogliono migrare. Qual è sua tua prospettiva su questo? Pensa che sarebbe utile creare questo status nonostante gli studi sul tema ci dicano che la stragrande maggioranza delle migrazioni indotte da fattori ambientali si stia verificando all’interno dei confini nazionali?

È vero, al momento la maggior parte dei movimenti legati a fattori climatici e ambientali avviene internamente. Bisogna anche considerare che con l’intensificarsi di eventi meteorologici estremi e con il crescente aumento della temperatura anche le migrazioni internazionali aumenteranno. Su questo argomento, però, non ho una posizione netta. Capisco le ragioni di entrambe le fazioni. Sicuramente riconoscere lo status di rifugiato climatico a livello di diritto internazionale rappresenterebbe un segnale politico molto forte, che potrebbe aiutare ad aumentare la sensibilizzazione su questo tema. Allo stesso tempo, però, riconosco che trovare una definizione operativa di climate refugee sia estremamente complesso. Come abbiamo già accennato, le migrazioni climatiche assumono diverse forme. Si tratta di fenomeni multi-causali, dove molto spesso fattori ambientali, economici, politici e sociali coincidono e coesistono. Nel caso di un evento cosiddetto sudden-onset, come un terremoto o un forte incendio, probabilmente sarebbe più semplice dare una definizione netta. Ma la situazione è diversa se parliamo di slow-onset, cioè di siccità e innalzamento dei livelli del mare, fenomeni che producono i propri effetti in maniera meno immediata, effetti devastanti che si manifestano nel corso di anni, in certi casi decenni. In queste circostanze, nei termini del diritto, riconoscere una componente “forzata” della migrazione, e di conseguenza parlare di “rifugiato”, è decisamente più difficile.

Cosa deve cambiare, secondo lei, nel modo in cui ci approcciamo oggi al tema della migrazione e, più nello specifico, a quello della migrazione climatica?

In questo contesto, per quanto capisco l’esigenza tutta umana di dare dei nomi alle cose, penso che al di là delle etichette ciò che conta davvero oggi sia cercare di normalizzare il fenomeno delle migrazioni. Abbiamo bisogno di trovare nuovi modi per approcciarci al tema della mobilità umana, nuovi modi di parlare di confini e di pensare le politiche migratorie. Serve anzitutto un cambio di prospettiva, che sappia guardare al fenomeno della migrazione climatica nella sua dimensione profondamente umana e planetaria. In altre parole, dobbiamo accettare, come società, che nemmeno se lo volessimo (e io non lo vorrei), potrebbe mai esistere un mondo senza migrazioni umane. Per questo è importante fare i conti con la realtà e aiutare le persone a migrare. Noi, in quanto occidentali, abbiamo il privilegio di poterlo fare. Migriamo quotidianamente, per motivi di lavoro, motivi affettivi, o di piacere. Quello alla mobilità è un diritto fondamentale che spetta a tutti e tutte. Anche a chi si muove per fattori ambientali e climatici. Perché questo Pianeta è anche dei migranti climatici, e anche loro si meritano di vivere in un Pianeta che sia abitabile.

Leggi anche