Diritti

Le ali spezzate della libertà e la nostra indifferenza

Thulani Maseko era un avvocato ed è stato ucciso perché rivendicava per i cittadini del proprio Paese, il regno dell’eSwatini nell’Africa australe, maggiori libertà e diritti
Credit: via @thulanirmaseko
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12 maggio 2024 Aggiornato alle 06:30

Complici anche una certa stampa specializzata ricca di immagini di persone in tailleur o doppiopetti gessati o film quali Il Socio di Sydney Pollack, l’idea che in generale si ha degli avvocati non coincide proprio con quella eroica di persone che si battono nell’interesse collettivo, ponendo a rischio il proprio benessere, la libertà e spesso la vita.

E quand’anche ci ricordiamo che esistono paladini del diritto e delle libertà anche tra questi professionisti, lo facciamo spesso sulla scia di conflitti geopolitici che attraggono l’attenzione del momento, siano gli avvocati che assistono gli attivisti di Hong Kong o quel manipolo di coraggiosi che si battono per i diritti in Russia.

Proprio per questo voglio parlare di un eroe sconosciuto ai più e del coraggio della moglie e dei suoi famigliari che si battono per avere giustizia nel silenzio generale dei media, spesso più interessati a raccontarci delle disavventure del vip di turno cui hanno sottratto l’auto o un gioiello che a riportare le sofferenze di chi è condannato a non avere ristoro dai rovesci della vita.

Il suo nome è Thulani Maseko, ucciso il 21 gennaio del 2023 a colpi di arma da fuoco davanti a moglie e figli mentre era in casa propria: avvocato sindacalista, attivista dei diritti di libertà, imprigionato per le sue idee e dichiarato “Prisoner of Coscience” da Amnesty International, ha sempre affermato con coraggio il suo pensiero sino a quando è stato barbaramente ucciso.

La sua terra è un regno nell’Africa australe: l’eSwatini, uno dei tre regni dell’Africa, insieme al Marocco e al Lesotho, conosciuto fino al 2018 come Swaziland, e che confina, tra gli altri, con il Sud Africa.

Un regno con un monarca assoluto, costituzionalmente al di sopra della legge, re Mswati III, padrone di una nazione che conta circa un milione e centocinquantamila abitanti (dati al 2020) e un territorio grande come il Lazio.

Dicevo padrone, perché tra le sue prerogative vi è anche quella di scegliere moglie tra le suddite come riportano spesso i media, ascrivendo la pratica a fenomeno di folclore, ben spiegato dalla testimonianza delle Ong FondazionePuntoSud: “Ogni anno tra la fine di agosto e i primi di settembre, a seconda della luna, il re sceglie la moglie successiva (ne ha già una quindicina) e tutte le donne in età da marito ballano di fronte a lui, sperando di essere scelte” (fonte SBS Australia).

Un regno di sudditi senza diritti: sebbene infatti si tengano anche lì delle elezioni, gli elettori devono scegliere tra una lista di candidati individuati dal re, che detiene anche il controllo delle forze armate e della polizia.

E dove l’assolutismo regna, non solo non si ha diritto alla propria libertà e alla stessa vita, si perde anche quello alla memoria, ragione per la quale la moglie Tanele Maseko (attivista per l’emancipazione femminile), a quanto riportano le cronache, è fatta oggetto di persecuzione, attraverso campagne diffamatorie e intimidazioni che hanno portato anche alla limitazione della libertà di circolazione attraverso il ritiro del passaporto e di comunicare a causa del sequestro del telefono.

E sebbene l’Onu abbia esecrato in passato la morte di Maseko, c’è chi si interroga in Africa e altrove come sia possibile che anche in un piccolo stato come questo, la comunità internazionale non riesca a imporre il rispetto dei diritti fondamentali.

Che fare allora? Non è facile immaginarlo. Non riusciamo spesso neanche in casa nostra a ricordare o assicurare giustizia ai nostri eroi civili, i nostri Peppino Impastato, il giornalista che si opponeva allo strapotere mafioso del proprio zio, o Antonino (Nino) Agostino, giovane poliziotto ucciso dalla mafia insieme alla moglie incinta Ida Castelluccio, il cui padre Vincenzo è venuto meno solo pochi giorni fa chiedendo e invocando invano giustizia sino al suo ultimo giorno di vita. Storie diverse che hanno in comune il depistaggio delle prime indagini, volte sempre a gettare ombra sull’ucciso, segno di un potere pubblico che dovrebbe assicurare giustizia ed è invece spesso connivente con quello criminale.

Coltivare la memoria è necessario ma non sufficiente, forse dovremmo partire da un’altra virtù: la non indifferenza, quella indifferenza spesso citata da Liliana Segre a rimarcare il silenzio e l’inazione dei tanti, tantissimi, di fronte all’orrore del genocidio degli ebrei.

La non indifferenza che dovrebbe portarci a non pensare all’ eSwatini solo come meta turistica e folkloristica, come sembra invece apparire semplicemente scrivendone il nome sui motori di ricerca, ma come luogo in cui chi professa la libertà può essere perseguitato e ucciso.

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