Culture

Il viaggio dell’arte africana intorno al globo

Spesso, quando si parla d’Africa, si fa riferimento a due concetti stereotipati: folklore e povertà. Eppure oggi, grazie all’immensa creatività dei suoi abitanti, il Continente si sta facendo conoscere a livello internazionale. Al di là dei pregiudizi
Una ragazza osserva le opere d'arte dell'artista ivoriano Aboudia durante la presentazione di "Different Throws of Dreams: Aboudia x Dubuffet" alla Phillips Gallery di Londra nel 2022
Una ragazza osserva le opere d'arte dell'artista ivoriano Aboudia durante la presentazione di "Different Throws of Dreams: Aboudia x Dubuffet" alla Phillips Gallery di Londra nel 2022 Credit:  EPA/ANDY RAIN   
Tempo di lettura 4 min lettura
3 maggio 2024 Aggiornato alle 06:30

Dopo anni d’immagini che rappresentavano l’Africa secondo 2 cliché consolidati (bellezze naturali e folklore da un lato e carestie e guerre dell’altro), grazie alla creatività delle sue popolazioni si sta diffondendo una nuova visione del Continente che rende giustizia ai suoi talenti. Non solo la musica africana si impone nello streaming di piattaforme come Spotify, quindi ben al di fuori dell’Africa stessa (e non solo con il genere Afro-beat), ma le stesse arti figurative segnano un cambiamento che si fa notare.

A testimoniarlo non è solo la Biennale di Venezia, che quest’anno conta ben 13 Paesi africani (Camerun, Repubblica democratica del Congo, Costa d’Avorio, Egitto, Kenya, Tanzania, Etiopia, Nigeria, Senegal, Uganda, Sudafrica, Zimbabwe, cui si è aggiunto per la prima volta il Benin), ma anche le esibizioni in altre Capitali internazionali della cultura, come New York con la sua 1-54 International Art Fair che si tieni proprio in questi primi giorni di maggio e vede la partecipazione di oltre 30 gallerie con artisti ivoriani, sudafricani e nigeriani, tra i tanti. E a New York si aggiungono Londra (per lungo tempo considerata il più grande hub dell’arte africana), Marrakech, Hong Kong e Parigi.

Un altro segnale positivo per la creatività africana sono le cifre del mercato dell’arte che, in meno di 10 anni, ha movimentato complessivamente oltre 300 milioni di dollari, solo considerando i 10 artisti più quotati (tutti africani nati in Africa). E se tra di loro ci sono anche alcuni sudafricani di origine europea (Marlene Dumas e William Kentridge), non mancano artisti ghanesi come El Anatsui e l’ivoriano Aboudia, le cui opere sono state vendute per circa 80 milioni di dollari (americani), rivela l’Artnet Price Database.

Si parla, ovviamente, di stime di un mercato (quello dell’arte) in cui le compravendite avvengono tra collezionisti che di certo non comunicano i prezzi pagati: queste stime, tuttavia, sono sufficienti per fare qualche considerazione.

Gli importi indicati non solo testimoniano l’affermarsi dell’arte africana, ma anche quella di una nuova classe economica di africani che può spendere e gode dei propri artisti (anche qui, appaiono sbiadite le immagini della “coreografia classica”, con i dittatori di turno circondati da ori e zanne di elefante secondo standard di una ricchezza ostentata priva di una cultura di base). L’Africa cresce e si autocompiace.

Da questi dati credo dovremmo trarne una lezione, tutti noi, da sempre schiacciati tra vecchi e nuovi pregiudizi e dalla narrazione costante di un’Africa che vive della nostra carità. Nel Continente si affermano nuovi ricchi, dai gusti raffinati, pronti a investire (o semplicemente pronti a spendere) somme considerevoli nella mera ricerca del “bello”.

Ciò dovrebbe condurci a una diversa considerazione su come relazionarci con loro; e finirla forse una volta per tutte con l’autoconvinzione della necessità di dar loro la nostra istruzione per farli conoscere e affermare professionalmente. Chi non ha mai sentito la frase “non dobbiamo donare loro il pesce da mangiare, ma la canna per pescarlo”? Una povera metafora volta a indicare un cittadino medio africano privo di creatività e inventiva, che siede sulla ricchezza senza saperla sfruttare.

Ma quanto tutto questo risponda poco alla realtà, lo si può comprendere facilmente se si pensa che ci sono Stati, come il Kenya, che lamentano una forte disoccupazione tra i giovani laureati in medicina, giurisprudenza e anche in statistica, tanto per fare degli esempi.

L’espansione del mercato dei beni effimeri dovrebbe anche portare a domandarci se non sia giunto il momento di chiedere agli Stati africani di farsi carico dei propri bisognosi attraverso un corretto sistema di tassazione e non contare soltanto sull’atavico senso di colpa del cittadino occidentale legato spesso a una religione che lo fa sentire nel peccato (quello originale) per il solo fatto di essere nato.

Un migliore bilanciamento nelle risorse e nelle energie profuse, insieme alla coscienza piena dei cambiamenti in atto, potrebbe forse essere la chiave di volta per eliminare vaste aree di povertà e avviare uno sviluppo duraturo che non dipenda dal cavaliere bianco di turno tanto volenteroso quanto inefficace anche nei casi in cui agisce in piena buona fede.

Leggi anche
Empowerment
di Alice Dominese 3 min lettura