Economia

“Buon” Primo Maggio

I contratti scaduti in attesa di rinnovo sono 5 milioni, siamo ultimi in Ue per tasso di occupazione e i salari sono bloccati da 30 anni. E ancora: dilaga il gender pay gap e i giovani “non hanno voglia di lavorare”. Non stupiamoci quindi se viene chiamata l’era della great resignation
Credit: Polina Zimmerman
Azzurra Rinaldi
Azzurra Rinaldi economista
Tempo di lettura 4 min lettura
1 maggio 2024 Aggiornato alle 06:30

Con il tempismo perfetto di ogni buona azione di marketing, proprio per oggi il Governo ha preparato il decreto Primo Maggio. C’è un po’ di tutto: dalle defiscalizzazioni ai bonus una tantum (ma di 100 euro, solo i per redditi più bassi e che comunque arriveranno il 5 gennaio del 2025). Ci saranno misure per chi assume, con un trattamento speciale in caso di assunzioni di giovani e donne, soprattutto del Sud.

Staremo a vedere, perché di misure per il lavoro c’è gran bisogno.
Nel frattempo, i contratti scaduti e in attesa di rinnovo sono 5 milioni, l’Italia è ultima in Europa per tasso di occupazione e i salari languiscono, bloccati da 30 anni. E, come se non bastasse, si ha la sensazione che sia in corso una profonda trasformazione del lavoro che, come sistema economico, non siamo ancora in grado di leggere.

Qualcosa, di certo, è cambiato. Per esempio, sta diventando strutturale uno scollamento per cui la disoccupazione rimane alta (siamo al 7,4%, mentre la media europea è al 6,5%) e, al contempo, le imprese lamentano di non trovare forza lavoro. E qui è forse il nodo fondamentale della trasformazione in atto. Perché domanda e offerta di lavoro sembrano non incontrarsi più?

Per rispondere a questo quesito, per prima cosa, ripartiamo dalle basi. Anche se le edicole sono piene di giornali con i titoloni delle offerte di lavoro, la verità è che le imprese domandano il nostro lavoro, noi lo offriamo. E questo lavoro si paga, perché è un insieme di tempo di vita, intelletto, esperienza e capacità che vengono dedicate alla produzione e che devono essere retribuite. Anche quando si parla di lavoro intellettuale.

Non ci stupisca, allora, che secondo l’ultima indagine Legacoop Ipsos il lavoro per le persone under 35 è soprattutto una fonte di reddito (vale per il 41% del totale). Ma è significativo anche il fatto che il 40% delle persone più giovani abbia il timore di essere sfruttato.

E allora è forse il lavoro dipendente a essere messo in discussione. Nel nostro Paese, a esempio, le donne, che, com’è noto, dal mercato del lavoro vengono rigettate, soprattutto in concomitanza con la maternità, reagiscono facendo impresa. Pur essendo il nostro Stato ultimo in Europa per tasso di occupazione femminile, è al primo posto per numero di imprenditrici e di lavoratrici indipendenti.

Stando all’ultimo report di Confartigianato presentato recentemente dalla presidente di Donne Impresa Confartigianato Daniela Biolatto, mentre nel periodo compreso tra il 2021 e il 2023 il tasso di occupazione femminile in Italia è aumentato del 2,4%, le occupate indipendenti sono cresciute del 4,8%. Il doppio. E l’hanno fatto nonostante i numerosi e persistenti ostacoli che sono costrette ad affrontare: le barriere nell’accesso al credito, la difficoltà nell’attrarre la forza lavoro, il welfare per le famiglie distribuito a macchia di leopardo (ricordiamo che l’Italia è al 22° posto in Europa per spesa pubblica destinata a famiglie e giovani).

E proprio sul lavoro dipendente iniziano a farsi largo nuove sperimentazioni, dalla settimana corta al lavoro da remoto. Certo, questo si scontra con il desiderio di una certa parte della dirigenza di mantenere tutto com’è sempre stato, perché “si è sempre fatto così”. Ma la stessa settimana lavorativa di 40 ore è legata a un sistema di produzione che, in molti casi, non esiste più. E per alcuni tipi di lavoro (si pensi soprattutto ai servizi), la presenza obbligatoria all’interno degli uffici non ha più molta ragione d’essere.

A tutti questi fattori di trasformazione dobbiamo poi sommarne un altro, di natura culturale. Se il fenomeno delle Grandi Dimissioni ci sta dando anche solo un’informazione, è la crescente necessità espressa soprattutto dalle persone più giovani, di rivedere se stesse nell’attività lavorativa che portano avanti quotidianamente. La volontà di superare l’alienazione (visto che è il Primo maggio, ritiriamo fuori anche Marx). E su questo piano ancora fatichiamo, perché ci piace di più la retorica secondo cui “i giovani non hanno voglia di lavorare”.

Insomma, il capitalismo scricchiola proprio sulle basi, cioè sul lavoro, che si trova in un momento storico di rivoluzione. Il mio augurio è allora di essere in grado, come sistema, di abbracciare questa rivoluzione e non di contrastarla.

E che per tutte e tutti possa comunque essere un buon Primo Maggio.

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