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Teatro, “Migrando”: bisogna far ridere per scuotere le coscienze

L’attrice Carla Bianchi ha raccontato a La Svolta com’è nato il suo spettacolo dedicato all’accoglienza delle persone richiedenti asilo, che dal 2018 fa tappa nelle città francesi e che il 30 maggio arriverà a Roma
Carla Bianchi
Carla Bianchi
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20 maggio 2024 Aggiornato alle 11:00

«Uno spettacolo umoristico sul tema dell’accoglienza nel quale all’inizio si ride alla fine si piange». Così l’attrice romana Carla Bianca descrive Migrando (di Bianchi, Antoine Léonard, Mokhtar Guimane, regia di Francesco Bonomo) che porta in giro per i teatri francesi dal 2018.

Vittoria Azzurra vive in un paesino francese ed è direttrice di Migrando (“Accogli un migrante, rianima un villaggio”), un progetto dedicato all’accoglienza che un giorno diventa oggetto di voto al consiglio municipale; nel mentre, 50 persone si ritrovano bloccate su un barcone in mezzo al Mediterraneo e, mentre il dibattito tra favorevoli e contrari al progetto in assemblea si fa sempre più acceso, i migranti devono affrontare un tempesta.

Con umorismo, poesia e grazia, sola in scena, Carla Bianchi coinvolge il pubblico mettendolo di fronte all’evidenza del dovere dell’ospitalità e della solidarietà. Attraverso i suoi molteplici personaggi e punti di vista in apparenza inconciliabili, l’umorista (diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, Scuola Nazionale di Cinema) smantella gli stereotipi e i pregiudizi sull’accoglienza dei rifugiati, restituisce dignità a persone che nel linguaggio comune vengono rese invisibili e confuse in una massa indistinta dall’appellativo “migrante”.

Ispirato al caso Riace (il modello di accoglienza e integrazione della città calabrese) e sostenuto da diverse associazioni non governative francesi (Médecins du Monde, Fonds Riace France, La Cimade, Médecins sans frontières, Utopia 56, Mediterranea, e altre), lo spettacolo, in gran parte autoprodotto, arriverà in Italia il 30 maggio a Villa Medici (nella versione francese).

La Svolta ne ha parlato con Bianchi.

Come definirebbe il suo spettacolo?

Può sembrare uno spettacolo di stand-up, un one-woman show all’inizio, ma è pensato come uno spettacolo di narrazione. Per me la referenza è Marco Paolini e il suo Vajont: all’inizio quando lo guardi, ti fa ridere e poi ti disintegra l’anima. È il tipo di teatro che mi interessa: prenderti all’inizio con la trappola del riso e ottenere la tua fiducia e poi scavare nell’emozione.

Qual era il suo obiettivo quando ha scritto lo spettacolo?

Il mio obiettivo è sempre stato quello di poter parlare di questo spettacolo non facendo uno spettacolo militante nel quale si esprimesse soltanto il punto di vista di chi è d’accordo ma far dialogare i punti di vista avversi. Infatti, non a caso lo spettacolo ha avuto varie scritture. Ho fatto una prima versione nel 2018, una seconda nel 2019 e poi una terza versione nel periodo del Covid che è la versione definitiva. Però la cosa che c’è sempre stata è il confronto fra la segretaria dell’assemblea municipale e la persona che propone di accogliere i migranti. Per me era fondamentale creare il personaggio della signora Martinez (per il quale provo grande affetto) che non è d’accordo con la proposta. Perché quando c’è una persona con la quale non sei d’accordo l’importante è dialogare. Per me la soluzione del problema non è dire “bisogna accogliere”: la questione è più complessa. Si avanza quando si ascolta anche l’altro, solo così riesci a far cambiare punto di vista. Se non c’è un sistema d’accoglienza strutturato, allora si arriva al collasso sociale e le persone migranti vengono utilizzate come capri espiatori, contro le quali si punta il dito se le cose vanno male.

Il suo spettacolo è pieno di riferimenti a fatti e dati ben precisi. Come si è documentata? Chi o cosa l’ha ispirata?

L’idea è nata quando un mio amico ha pubblicato un post su Facebook facendo un parallelo tra una foto dei migranti che oggi attraversano la frontiera e una foto dei migranti italiani che attraversavano la frontiera negli anni ’40. Poi ho cominciato a leggere una montagna di libri, ho incontrato Ekramé Boubtane (economista e conferenziere all’Università di Clermont Auvergne, ndr) che ha realizzato uno studio di macroeconomia (L’Economia dell’immigrazione, che mette in evidenza l’impatto positivo della migrazione sull’economia europea, ndr) che cito nello spettacolo. L’ho anche incontrata proprio per capire di più, in modo da poter poi spiegare la questione agli spettatori.

Però poi mi sono resa conto di aver bisogno di una radice vivente che mi connettesse a questo tema: ho sentito il bisogno di andare sul terreno, conoscere veramente queste persone che vengono chiamate migranti e che vengono viste come numeri. È successo che un educatore che lavorava in un centro di accoglienza in Sicilia è venuto a vedere il mio spettacolo precedente, Dolce France. Così mi è venuto in mente di chiamarlo e chiedergli se potessi andare a visitare il centro. Da lì è nata l’idea di organizzare “atelier di teatro” (che poi ho realizzato anche altrove) nel centro di accoglienza di Caltagirone nei quali i migranti potessero interagire con i cittadini. C’erano soprattutto minori stranieri non accompagnati e, fra gli abitanti, insegnanti, maestre di scuole: abbiamo fatto 10 giorni di atelier e questa esperienza mi ha nutrito moltissimo. Da lì sono nati i personaggi che racconto nella storia, Adama e Lanzim, che esistono veramente e mi hanno raccontato la loro storia, che ho messo solo nella terza versione perché mi ci è voluto un po’ di tempo per superare una sorta di scrupolo, di pudore, inserendo la storia di “altri” nel mio spettacolo. Ma alla fine ho pensato che fosse giusto raccontarlo: come io ho bisogno di dare un nome a queste persone, anche gli spettatori hanno bisogno di farlo. Devono diventare esseri umani come lo sono diventati per me.

È stata un’esperienza straordinaria che mi ha completamente stravolta. Poi durante il Covid ho rifatto un atelier in un centro di accoglienza per rifugiati a Parigi dove però purtroppo non siamo riusciti a organizzare l’incontro con i cittadini. E lo abbiamo rifatto (e sono sempre pronta a riorganizzare) a settembre a Clermont Ferrand. Quando riunisci in un atelier teatrale cittadini europei e migranti, persone che non hanno fatto mai teatro, sono tutti uguali. Facciamo teatro fisico, improvvisazione, senza troppe parole, quindi non importa se sai più o meno parlare la lingua. Improvvisamente sono tutti uguali di fronte a una cosa che li mette in difficoltà.

Dal 2018 a oggi, circa 14.000 persone sono morte o risultano disperse nel tentativo di attraversare il Mediterraneo, secondo il progetto Missing migrants dell’Onu: il suo spettacolo resta purtroppo ancora “caldo”. Far ridere per scuotere le coscienze è diventato sempre di più un dovere morale secondo lei?

La cosa di cui sono resa conto è che rispetto al 2018 quando proponevo questo spettacolo e soprattutto dopo il 2020 (dopo il periodo del Covid durante il quale la gente non aveva lo spazio esistenziale per vedere uno spettacolo impegnato) ciò che è cambiato, in Francia ma anche in Italia, è che le cose sono state talmente spinte all’estremo che adesso c’è una porta di ascolto, la gente è interessata. Fino alla fine del 2020 era estremamente difficile proporre questo spettacolo: ho avuto sale con 5 persone. Alla fine dell’anno scorso ho recitato nella cittadina di Auch (sud-ovest della Francia, ndr) e il teatro era pieno: c’erano 450 persone, mi sono commossa. Per me questo spettacolo è stata una traversata del deserto e vedere che oggi ci sono tutte queste persone che hanno voglia di ascoltare questa storia significa che avevo ragione. All’inizio mi dicevano “ma sei pazza, fai uno spettacolo sui migranti!”; adesso c’è un orecchio che si apre, si tende, una necessità, un interesse e quindi mi dico che sono andata nella giusta direzione, perciò devo continuare. Anche perché ho lottato tanto per avere una versione che funzionasse. Quindi sì, è un dovere morale perché le persone quando mi vedono mi dicono: “questo spettacolo va portato nelle scuole, bisogna che la gente lo veda”. Quindi significa aver creato uno strumento che serve a qualcosa.

I suoi spettatori sono spesso militanti di associazioni o comunque persone che si interessano alla questione dell’accoglienza. Negli anni è riuscita a sensibilizzare anche chi è meno informato su questi temi?

Il profilo dello spettatore è rimasto lo stesso, anche perché non sono una persona famosa che attira il grande pubblico. Per quanto riguarda le scuole ho dei contatti e se ci sono degli insegnanti interessati ovviamente cerco di organizzare delle rappresentazioni.

Quando sarà pronto lo spettacolo in versione italiana?

Non siamo riusciti ancora a farci co-produrre la prima versione italiana, di cui c’è una prima bozza. Non abbiamo ancora trovato il resto del finanziamento e soprattutto la possibilità di esser programmati. Cerchiamo quindi un teatro interessato, un produttore altrimenti non riusciamo ad andare avanti. Sarebbe bello riuscire a fare una residenza per continuare la scrittura dello spettacolo per poi programmarlo. Anche in Francia non abbiamo produttori. Al di là del dono di un mecenate, lo spettacolo è autoprodotto. Porteremo lo spettacolo a Villa Medici a Roma, nella versione francese, il 30 maggio nell’ambito di un evento sul tema dell’esilio e dell’ospitalità intitolato Le monde à l’épreuve de l’exil. Sul tema ci sarà anche un convegno di Didier Fassin (medico e antropologo, professore all’Institute for Advanced Study di Princeton e direttore di studi all’École des hautes ètudes en sciences sociales, che con la sociologa Anne-Claire Defossez beneficia di una residenza di scrittura a Villa Medici per un progetto sulla migrazione al confine italo-francese nelle Alpi, ndr).

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