Economia

La bellezza italiana vale 595 miliardi di euro

Secondo lo studio di Banca Ifis, l’impatto di manifattura, moda, artigianato e turismo pesa un terzo del Pil nazionale (+19% rispetto al 2022)
Credit: Celine Erkan  

Tempo di lettura 4 min lettura
1 maggio 2024 Aggiornato alle 13:00

Il concetto di economia della bellezza racchiude al suo interno un insieme di settori produttivi e attività economiche che si caratterizzano per la creazione e la valorizzazione di prodotti, servizi ed esperienze che hanno un impatto positivo sul benessere e sulla qualità della vita delle persone, oltre che sui bilanci pubblici.

Il centro studi di Banca Ifis pone la sua lente di ingrandimento su questo tema attraverso lo studio Economia della Bellezza, arrivato ormai alla sua quarta edizione, presentato durante il convegno Valorizzare il Made in Italy attraverso il turismo: una strategia per lo sviluppo dei territori organizzato da Federturismo-Confindustria e la stessa Banca Ifis al Senato.

Dallo studio emerge che alcuni settori come turismo culturale e paesaggistico, meccanica, agroalimentare, automotive, moda e artigianato sono riusciti a generare ben 595 miliardi di euro nel solo 2023, con un incremento del 19% rispetto all’anno precedente, in cui il livello si fermava alla soglia dei 500 miliardi: un aumento di fatturato che ha rappresentato ben il 74% dell’intera crescita economica italiana.

Complessivamente, il contributo dell’economia della bellezza al Pil è pari al 29,2%, a ulteriore dimostrazione della portata immensa e trainante di questo settore per tutta l’economia nazionale, in netto aumento rispetto alla quota del 26,1% registrata nell’edizione del 2022.

Grande attenzione viene dedicata alla manifattura italiana. Indagando sul ruolo del “saper fare” dei maestri d’arte dei comparti legati alla moda, sistema casa, orologeria e gioielleria si evince quanto le loro competenze siano un asset estremamente strategico sia in Italia che nei mercati internazionali.

Nonostante il calo delle imprese artigiane, pari a circa il 35% dal 2000 a oggi, quelle ancora in attività riescono da sole a contribuire al 54% del fatturato dell’intero settore manifatturiero italiano, arrivando contare nel 2023 circa 88 miliardi di euro di ricavi annui.

In seconda posizione troviamo il turismo culturale e naturalistico, segmento di consolidata importanza che segna nel 2023 un incremento di valore aggiunto di 19 miliardi di euro e influisce positivamente sull’intero sistema produttivo (non solo per la filiera, ma anche per l’occupazione e per la stessa immagine del made in Italy). Ne è un chiaro esempio l’agroalimentare, settore che anche grazie al turismo ha confermato la sua sostanziale rilevanza già nel 2022. Fino a incrementare le sue performance nell’ultimo anno, con un +17% nella vendita di prodotti ortofrutticoli e +9% in quelli a base di carne.

Grande attenzione anche per la moda, che nel solo mese di ottobre ha beneficiato di ben 13,5 milioni di accessi uniti nei suoi siti di fashion e e-commerce. Oppure il comparto della cosmetica, che nonostante i rincari delle materie prime provocati dall’inflazione, ha visto una crescita delle vendite specialmente grazie all’export (pari a quasi il 50% del fatturato), con riflessi positivi anche a livello occupazionale, come testimoniato dai 155.000 lavoratori dell’intera filiera.

Buone notizie anche per l’automotive italiano, anch’esso duramente colpito dalle difficoltà di approvvigionamento, accentuate dalle tensioni geopolitiche, che porta a casa 1,5 milioni di nuove immatricolazioni e una crescita generale del mercato europeo del 13%.

Mentre si registrano segni negativi (-11 miliardi sul 2022) nel comparto purpose-driven, composto da aziende il cui principale scopo non si ferma alla produzione di utili, ma si estendono all’impegno attivo per la creazione di un impatto positivo sulla società e l’ambiente, perseguendo dunque obiettivi di natura sociale ed etica.

Anche se, continua il report, nonostante il trend calante per colpa dei costi, si nota un crescente interesse da parte dei consumatori per i valori della sostenibilità sociale e ambientale, dato che nell’ultimo anno in 12 mesi l’approccio purpose-driven ha coinvolto 3.000 imprese in più.

D’altronde, è proprio la sapiente unione tra le competenze dell’artigianalità e la visione imprenditoriale a determinare il carattere distintivo del modello produttivo del made in Italy, capace di conquistare l’80% dei consumatori intervistati dal centro studi, secondo cui artigianalità e personalizzazione rappresentano valori fondamentali del concetto di lusso, inteso come qualità, tradizione, unicità e distinzione.

Tanto che il 92% degli intervistati in Italia e il 76% dei consumatori esteri (provenienti specialmente da Cina, Stati Uniti e Regno Unito) ha dichiarato di essere disposto a spendere molto di più per un prodotto made in Italy.

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