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È possibile decolonizzare la medicina?

Oggi le cure sono sempre più un lusso, che pochi possono permettersi; e così, alcune persone sono “più pazienti” di altre. Come siamo arrivati a questo e perché è importante parlare di colonialismo e pratiche non occidentali?
Credit: Etactics Inc 
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30 aprile 2024 Aggiornato alle 06:30

Quando parliamo di medicina usiamo il singolare, rafforzando l’idea che ve ne sia una e una sola: “La Medicina”, determinata e unica, considerata molto più che un campo di ricerca o un’attività; ritenuta un vero e proprio dominio.

La Medicina unica e unitaria ha il dominio sulle determinazioni della salute delle persone umane; al contrario, sembra che la medicina che si occupa delle soggettività non umane sia meno rilevante, meno interessante, meno rispettabile e meno centrale. Annoverata tra i beni laterali, accessoria e rilevante solo a fronte di un interesse particolare, la medicina orientata agli animali non umani non è pratica di cura, ma di manutenzione, di gestione dell’animale reso oggetto, a prezzi esorbitanti.

In questa prima ramificazione negata si inizia a intravedere l’impalcatura che sottostà all’idea di medicina… della Medicina. La Medicina, con le sue sottobranche, sottomaterie e sottoposte, è un dominio, certo, ed è anche un settore economico considerevole. La Medicina, infatti, è il sistema di mantenimento del corpo, un mantenimento a cui ci si rivolge con timore per l’infausta e onnipresente paura della morte che ci (e mi ci metto dentro a piè pari) accompagna.

Guardiamo alla Medicina come un fedele della Madonna guarderebbe alla Madre, sperando che abbia pietà di noi e che risolva gli ostacoli, che sciolga i nodi e spiani la via. Il tessuto binario del sistema del potere ci spinge quindi alla ricerca di un padre, Il Medico: l’entità indiscutibile. Il Medico, studiato e versato ne La Medicina, che risolve i mali del mondo. Da solo. Al massimo con un’equipe che non viene considerata, ma che faccia solo da contorno.

La medicina, di nuovo, viene presentata con tutti canoni di settore, monopolista e verticale, abitata da soggetti straordinari e per questo potenti. Non si parla di Medicina come scienza, quindi come spazio collettivo e trasversale, o meglio lo si fa in seno alla ricerca, ma sono accenni. Il public or perish (“pubblica o perisci”) devasta la ricerca accademica spingendo le persone a competere anche quando sono, a tutti gli effetti, compagne di studio e di laboratorio, in teoria unite verso uno scopo sociale e collettivo, magicamente trasmutato in un’ambizione di carriera.

La Medicina è un settore economico. Non solo viene messa a reddito, con la progressiva privatizzazione a cui (anche qui in Italia) stiamo assistendo, ma viene resa bene, oggetto di consumo, sostenendo che questa condizione sia l’unica che le permette di sostenersi ed essere sostenuta. Medicina, una sola, a pagamento, per chi se lo può permettere, con il Luminare a cui può accedere grazie al paniere economico.

Dunque, ci sono “pazienti” più “pazienti” di altri, che ottengono cure più veloci e migliori, in ambienti più piacevoli, dove l’odore di ospedale è un po’ meno forte perché si dorme in stanze private, con televisori e con infermierə personali. La Medicina, l’insindacabile medicina, sta diventando un bene di lusso, accessibile sempre a meno persone e nel silenzio generale.

E dunque, forse, è giunto il momento di metterla in discussione, fin dalle fondamenta, di demistificarla e riportarla a uno stadio collettivo e plurale, perché prima di tutto, sarebbe opportuno rimettere sul piatto della bilancia la varietà della medicina, che non è una scienza unica, ma è fatta da medicine. Diverse.

La medicina, come molte altre scienze prima di lei, è stata filtrata attraverso forme di indirizzamento coloniale che l’hanno plasmata affinché diventasse uno strumento di arricchimento e costruzione di potere. E in effetti, a ben pensarci, a che medicina accediamo? La Medicina d’oggi è una medicina manutentiva, dell’emergenza, non certo della cura. Salvo rarissimi casi, non è dialogica, non è integrata da un’attenzione alla persona come individuo presente, non è votata allo star bene in senso assoluto, bensì allo stare bene nel senso di guarire o ridimensionare le malattie.

La patologia, dopotutto, è il mostro che ci terrorizza, quella che Dylan Dog aveva incontrato in Mater Morbi sotto forma di donna estremamente (parliamo pur sempre di Dylan Dog) sessualizzata e vendicativa, ferita e capace di ferire. Temiamo lo stato di malattia, ma non abitiamo un sistema della cura (ripeto, salvo rari casi che sono l’eccezione e non la regola) che ci permetta una vita, di stare bene, anche con e nella patologia, quando questa è cronica o sopraggiunta.

La medicina, anzi le medicine, però, non sono tutte uguali. La Medicina (con la maiuscola), quella omologante e omologata, che passa attraverso pratiche e costi sempre più proibitivi, è infatti da collocare in maniera specifica, perché non è una medicina globale, bensì medicina occidentale. Un dogma che si è mosso seguendo le direzioni del colonialismo, cancellando o assorbendo altre medicine e rivendendole come una proprietà.

«Il colonialismo ha avuto un impatto devastante sulle pratiche mediche non occidentali, alterandole e derubricandole in molteplici modi. Prima di tutto, va sottolineata l’arroganza culturale dei colonizzatori occidentali, che hanno considerato le tradizioni mediche delle popolazioni indigene come inferiori o primitive rispetto alla propria medicina “scientifica”. Questo atteggiamento ha portato alla soppressione e alla demonizzazione delle pratiche mediche locali, nonché alla promozione forzata della medicina occidentale».

Queste sono le parole dell’antropologa culturale e formatrice De&i Kaaj Tshikalandand, intervistata da La Svolta, che spiega chiaramente il processo ma anche il metodo con cui la medicina come bene (sempre più di lusso) opera e abbia operato, innestandosi come sostituta delle medicine tradizionali dei territori colonizzati.

«La principale differenza tra la medicina moderna imposta dal regime coloniale e quella delle medicine non occidentali risiede nel loro approccio alla cura e al benessere. La medicina moderna occidentale tende a concentrarsi principalmente sulla cura delle malattie esistenti e sulla gestione di condizioni mediche acute. Questo approccio è tipicamente allopatico e orientato alla ricerca del profitto, spesso limitando la cura alla risoluzione unilaterale di un singolo aspetto della malattia. D’altra parte, le medicine non occidentali adottano una visione del corpo olistica, prendendo in considerazione la sua tridimensionalità: il corpo fisico, il corpo spirituale e il corpo comunità/territorio».

«Secondo questo punto di vista - spiega l’antropologa - la cura diventa un’azione tridimensionale che cerca di ristabilire l’equilibrio tra queste tre dimensioni. Ciò significa che la malattia, o la condizione alterata di salute, può essere funzionale all’esistenza delle altre dimensioni del corpo e rimane comunque equilibrata nella sua legittimità».

Dunque, in altri approcci medici, cambia anche l’interpretazione culturale della malattia. Viene meno la proposizione sanista, per cui tutto ciò che non è considerato “sano” è necessariamente sbagliato, dequalificato e inferiore; si ridimensiona anche l’aspetto dell’approccio alla disabilità, lì dove la Medicina del profitto disabilizza e mette a reddito, e dove l’approccio decoloniale contempla la validità dell’esistenza e si interroga sul perché questa si realizzi nello “star bene”, in toto.

Non si tratta di fare generalismi, o di demonizzare, quanto piuttosto di riconoscere un terzo stato delle cose, una varietà di approcci alla medicina di cui ci stiamo privando vivendo con una prospettiva coloniale, della sopraffazione e del profitto a ogni costo. Un costo che Tshikalandand misura con precisione: «Il colonialismo ha giocato un ruolo chiave nella promozione della medicina redditizia a spese della medicina non bianca, influenzando profondamente le pratiche mediche non occidentali e contribuendo alla perpetuazione delle disuguaglianze sanitarie globali».

Dopotutto se esiste una Medicina che si considera giusta, migliore e (guarda caso) superiore, in un sistema oppressivo e diffusamente imperniato sulla creazione e sul mantenimento della disuguaglianza, la sua diffusione avverrà in maniera verticale e impositiva, mai come pratica di incontro e commistione, quindi di condivisione e contaminazione reciproca.

Quella a cui tuttə, virtualmente, dovremmo accedere è una medicina della cura, non un tempio con posti a sedere limitati e con panchetti prenotabili in una corsa al rialzo. Per prima cosa, bisogna fare un’opera di smontaggio delle nostre convinzioni, delle cose che diamo per scontate e che riteniamo essere, per conseguenza giuste, medicina compresa. Non si tratta di negare le pratiche mediche, le procedure o i farmaci, ma di comprendere che la medicina deve essere votata alla cura come stato delle cose, non come mezzo di accumulo.

Allo stesso tempo si tratta di riconoscere come il colonialismo e la sua volontà omologante abbiano negato forme alternative votate allo “stare bene” come risorsa comune e collettiva, minaccia concettuale e pratica alle procedure di accumulo.

Solo così potremo vedere il processo che ha portato allo stato delle cose e attivarci perché smetta di essere così, perché la medicina sia una risorsa e non un miraggio sfiorabile da pochi in tempo di dolore.

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