Culture

How to save a dead friend: fotografia di un’adolescenza perduta

Il documentario di Marusya Syroechkovskaya, attualmente in programmazione nelle sale italiane, è una storia d’amore e dipendenza, e un intimo ritratto di una generazione in crisi
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5 maggio 2024 Aggiornato alle 11:00

«Se c’è una vita dopo la morte, allora è digitale come questa. Dove si rimane pixelati per sempre. Dove ogni momento della nostra vita si ripete all’infinito».

Sono queste le parole che la regista Marusya Syroechkovskaya dedica al compagno Kimi Morev in chiusura di How to save a dead friend. Il documentario, presentato in Italia durante la 63° edizione del Festival dei Popoli e ora distribuito nelle sale da ZaLab, racconta il rapporto tra Marusya e Kimi, da quando i due si conoscono a 16 anni in Russia, si innamorano e iniziano una storia d’amore, fino alla scomparsa prematura di Kimi, avvenuta anni dopo.

La regista raccoglie una serie di filmati realizzati nel corso di più di dieci anni, durante i quali ha ripreso quasi interamente la loro vita quotidiana, fatta di euforia, gioia, ma anche droga, dipendenza e depressione. Attraverso la tecnica del found footage, del filmato d’archivio, mette in scena, senza filtri o abbellimenti, la dura realtà che i due da adolescenti hanno affrontato.

Quello che viene fuori è il ritratto di una generazione in crisi, quasi abbandonata a sé stessa: le poche interferenze da parte dello Stato vengono percepite in lontananza, annunciate dalla televisione attraverso discorsi alla nazione o comunicati rivolti ai cittadini russi.

La realtà in cui Marusya, Kimi e i loro amici si ritrovano a crescere è quella di un Paese in costante cambiamento: con poche sequenze, girate sempre a Capodanno, si percepisce lo scorrere del tempo da un anno all’altro, ogni volta che un capo di stato diverso augura ai propri cittadini un felice anno nuovo.

La storia ha inizio nel 2005, quando Marusya annuncia che allo scoccare del suo sedicesimo anno di età, quello sarebbe stato l’ultimo che avrebbe vissuto sulla Terra. Questa sorta di profezia (o dichiarazione d’intenti) non si avvera: conosce Kimi e tra i due scocca subito una scintilla che li porterà a restare vicini, con molti alti e bassi, per un decennio intero.

Marusya e Kimi vivono a Mosca, ma mentre lei proviene da una zona centrale della capitale russa, lui è nato e cresciuto nel quartiere di Butovo, che la regista descrive come un luogo molto difficile in cui vivere: «se la “Federazione della Depressione” dovesse avere una capitale, Butovo sarebbe un posto perfetto».

Non ci sono mezzi termini per rappresentare un periodo buio e difficile come quello che ha passato Kimi prima di morire, tra dipendenza e depressione. La videocamera di Marusya, la cui qualità e definizione delle immagini va migliorando progressivamente con gli anni, arriva a entrare perfino negli ambulatori dei medici ai quali si rivolge il ragazzo per cercare di migliorare la propria salute mentale.

Spesso il cinema, inteso come dispositivo, viene associato all’atto del voyeurismo: lo spettatore osserva, non visto, la storia di qualcun altro attraverso le immagini che passano sullo schermo, ma non c’è niente di più lontano da questa definizione per quanto riguarda l’opera di Syroechkovskaya. La regista offre uno spaccato di realtà ponendo chi guarda sullo stesso piano delle persone coinvolte nel documentario: da osservatori entriamo in casa dei due protagonisti, li accompagniamo alle visite mediche, seguiamo con trepidazione i tentativi di disintossicazione da parte di Kimi, viaggiamo insieme a Marusya quando decide di allontanarsi da Mosca e prendere del tempo per sé stessa.

Non è facile affrontare in modo distaccato e oggettivo un tema così rilevante come quello dei disturbi mentali. Marusya Syroechkovskaya lascia parlare per primi i fatti: montando tutta una serie di video e accompagnandoli con poche righe di voice-over, fa in modo che sia il pubblico a trarre le proprie conclusioni, entrando nel vivo della vicenda come se ad assumere il ruolo da regista potesse essere, accanto a lei, lo spettatore. Il cinema, quindi, mai come in questo caso diventa strumento di memoria, per ricordare, rivivere il passato e, in ultima istanza, rielaborare un grave lutto.

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