(Simone Boccaccio/SOPA Images via ZUMA Press Wire )
Diritti

Milano: il laboratorio che restituisce un’identità ai migranti scomparsi

Analizzando i cadaveri degli sconosciuti, il Labanof prova a “dare un nome” ai corpi delle persone che sono morte in mare. Per ricostruire le loro storie e vite
di Alice Dominese
Tempo di lettura 7 min lettura
15 maggio 2024 Aggiornato alle 07:00

Restituire un’identità ai corpi senza nome è tra le missioni principali del Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense (Labanof) di Milano. Dagli anni ‘90, la sua squadra di professionisti composta da antropologi, odontoiatri, medici legali, biologi, archeologi e naturalisti analizza i cadaveri degli sconosciuti che arrivano in obitorio senza alcun sospetto di identità: tra loro ci soprattutto senzatetto, prostitute e migranti.

I segni sul corpo, ciò che avevano con sé al momento del loro ritrovamento e le condizioni fisiche che vengono rilevate attraverso le autopsie e le altre analisi scientifiche permettono di ricostruire le loro storie, fino al loro riconoscimento. Per Cristina Cattaneo, professoressa ordinaria di Medicina Legale all’Università degli Studi di Milano e direttrice del Labanof, si tratta di un processo necessario che va fatto innanzitutto per restituire dignità ai morti e per i parenti delle vittime.

Nella sua esperienza pluriennale ha analizzato i resti di migliaia di cadaveri, occupandosi anche dell’identificazione di chi ha perso la vita in disastri di massa. Tra i casi che l’hanno segnata di più, c’è il naufragio di Lampedusa dell’ottobre 2013, quando si occupò di identificare quasi 400 corpi di persone migranti che morirono nel Mediterraneo. I nomi della maggior parte di loro sono ancora oggi sconosciuti, racconta la dottoressa Cattaneo a La Svolta. Il problema è che in Europa non esiste un database condiviso che permetta ai parenti di risalire all’identità dei propri cari scomparsi.

Nel caso dei migranti, questa procedura è ancora più complessa, perché spesso chi cerca i propri parenti dispersi non sa a chi rivolgersi. «Riusciamo a identificare gli scomparsi anche con il supporto di studi antropologici, anche in caso di resti in via di decomposizione dopo che sono trascorsi decenni, ma serve il materiale di confronto, e per questo servono banche dati comuni» spiega Cristina Cattaneo, che da tempo chiede alle istituzioni europee di creare un database che permetta di rintracciare più facilmente i Dna delle persone disperse e garantire così il diritto al nome per tutti.

L’Italia per prima in Europa, dal 2014, si è fatta promotrice delle uniche operazioni identificative dei migranti, grazie al lavoro dell’Ufficio del commissario straordinario per le persone scomparse assistito dall’Università degli Studi di Milano, insieme alla marina militare, ai vigili del fuoco, alle prefetture, alle procure, alla polizia scientifica e alla Croce Rossa Italiana e Internazionale.

Nell’aprile del 2015, il laboratorio si è occupato di recuperare ed esaminare i corpi di circa 1.000 persone a bordo dell’imbarcazione affondata nelle acque internazionali tra la Libia e l’Italia. Anche in questo caso, tramite il confronto con più di 300 famiglie delle persone scomparse, provenienti soprattutto dall’Africa sub sahariana, sono stati raccolti i dati di molti migranti deceduti per cercare di rintracciarli.

Nell’esperienza di Cristina Cattaneo, i parenti, ovunque essi siano, continuano a cercare i proprio morti a lungo. «Per molti orfani e vedove, conoscere che fine hanno fatto i loro parenti che hanno deciso di lasciare il proprio Paese attraversando il Mediterraneo è essenziale perché solo così possono avere accesso a un certificato di morte e richiedere il supporto necessario». È proprio nel mar Mediterraneo che, secondo le stime, negli ultimi 25 anni sono scomparse circa 33.000 persone durante l’attraversamento sui barconi.

Il laboratorio finora è riuscito a restituire un volto a 80 migranti scomparsi via mare, solo grazie al lavoro pro bono dei professionisti che collaborano con le università italiane e con la polizia scientifica. I finanziamenti pubblici sono pressoché inesistenti e alcuni enti, come Fondazione Cariplo e l’organizzazione umanitaria Terres des Hommes, forniscono supporto economico per portare avanti le operazioni. «Se ci fossero i fondi potremmo aumentare di molto il numero delle identificazioni e dare una risposta a tutti quei familiari che cercano i loro cari» aggiunge la direttrice del Labanof.

Anche se a lungo le richieste di Cattaneo e dei suoi colleghi sono rimaste inascoltate da parte della politica e il riconoscimento dei corpi dei migranti non ha rappresentato (e non rappresenta) una priorità all’interno dell’Unione europea, l’identificazione dei cadaveri è di fatto un obbligo civile, penale e umanitario previsto dalla Convenzione di Ginevra e nel diritto umanitario internazionale.

Mentre cerca di restituire un’identità ai morti, attraverso il suo ambulatorio medico-legale e antropologico, il Labanof riporta alla luce nuove informazioni anche sui vivi. Tramite l’utilizzo di un’apparecchiatura radiografica, gli specialisti del laboratorio possono valutare età e lesioni sui minori stranieri non accompagnati, insieme a psicologi, educatori, assistenti sociali e neuropsichiatri infantili. Visitando le persone migranti, i medici legali umanitari cercano inoltre di interpretare i segni di tortura e maltrattamento sulle vittime di queste violenze.

«Quello che ci viene richiesto è un giudizio di coerenza tra il racconto del migrante e i segni sul suo corpo. A volte è difficile stabilire se alcuni segni sono al 100% procurati da forme di tortura, altre volte invece sono inequivocabili, come alcuni segni di bruciature», spiega Danilo De Angelis, professore associato di medicina legale del Labanof. Attraverso questi esami è anche possibile capire se ci sono gli estremi per valutare lo status di rifugiato nei confronti dei richiedenti asilo.

Molto spesso si tratta delle prime visite mediche che le persone migranti ricevono nella loro vita e non di rado i medici legali riscontrano patologie o problemi nello sviluppo, soprattutto nei casi dei presunti minori stranieri non accompagnati. Nel loro caso, l’esito delle radiografie alle ossa, effettuate su polso, denti e clavicola, permette di stabilire la loro età biologica, con particolare attenzione all’età minima. «Riconoscere il diritto alla minore età cambia la vita di queste persone, perché se fossero maggiorenni, per legge, verrebbero trattate in modo completamente diverso» aggiunge De Angelis.

Proprio le ossa possono essere un’importante fonte storica che dal passato continua a fornire un supporto prezioso per la ricerca dell’identità nel presente. Dal 2017, una delle più grandi collezioni al mondo di scheletri è gestita proprio dal Labanof, che pochi anni fa ha deciso di aprire al pubblico il Museo Universitario delle Scienze Antropologiche Mediche e Forensi per i Diritti Umani (Musa).

Mirko Mattia, curatore del museo, ci racconta che gli oltre 6.000 scheletri, tra resti archeologici e contemporanei, raccolti dal laboratorio «sono un atlante per lavorare sull’antico e su casi recenti, compresi i casi umanitari: si confronta per esempio un osso di uno scheletro di cui si conoscono già le malattie o i traumi con uno di un cadavere sconosciuto per testare nuovi metodi di ricerca». Questi scheletri, secondo il dottor Mattia, dimostrano che c’è sempre un modo per restituire ai morti un’identità e che esiste un sottobosco di violenze e abusi rintracciabili sulle loro ossa che spesso altre testimonianze storiche non ci raccontano.

Scoprire a chi appartengono i corpi senza nome dei migranti che troppo spesso finiscono nelle fosse comuni dei cimiteri dell’Europa meridionale, quali violenze hanno subito e quali sono le loro origini è davvero un atto politico necessario per portare alla luce cosa accade a chi sceglie di abbandonare il proprio Paese a costo di perdere la vita.

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