Diritti

Gli iscritti nelle università telematiche sono cresciuti del 410%

Negli ultimi 12 anni sono esplosi i corsi di laurea online (+112,9%), che rappresentano una soluzione economicamente vantaggiosa per i giovani che non possono sostenere i costi di un trasferimento. I dati del rapporto di Area Studi Mediobanca
Credit: Yaroslav Shuraev

Il mondo universitario italiano, secondo le ultime stime, ha a disposizione pochi fondi e, sull’offerta formativa, gravano le differenze territoriali tra nord e sud. Questo è quanto emerge dall’ultimo rapporto dellArea Studi Mediobanca, che per la prima volta ha dedicato una ricerca interamente focalizzata sul funzionamento del sistema universitario italiano, prendendo in considerazione 61 atenei statali e 31 non statali o liberi, tra cui 11 telematici.

Sul fronte dell’investimento del nostro Paese nell’istruzione universitaria, i dati non sono affatto confortanti: l’Italia, infatti, investe solo l’1% del Pil, contro l’1,3% medio dell’Unione europea e l’1,5% dei Paesi Ocse.

Il balzo in avanti delle Università telematiche

Le università telematiche sono nate tra il 2003 e il 2006, dopo che la legge finanziaria per il 2003 ne aveva contemplato l’istituzione e l’abilitazione al rilascio di titoli accademici, previo superamento delle procedure di accreditamento.

Dal 2012 sono cresciuti del 112,9% il numero dei loro corsi, del 444% gli immatricolati, del 410,9% gli iscritti, del 102,1% il corpo docente e del 131,3% il personale tecnico-amministrativo. Il successo dell’insegnamento a distanza deriva da molteplici fattori, in primis demografici, secondo le stime del rapporto.

Le università telematiche, dunque, rappresentano “un’opzione per quanti intendono seguire l’offerta universitaria fuori dalla propria regione di appartenenza, senza doverne sopportare i costi”. Il 42,8% degli immatricolati nelle università telematiche vive nel Sud Italia.

Il calo demografico (e di iscritti) impone, poi, agli atenei in presenza di intercettare le richieste legate alle nuove esigenze formative: se è vero che il 94% di tutti i corsi offerti resta fruibile solo in presenza, quelli accessibili integralmente online rappresentano solo il 4% del totale, di cui il 3% erogati dagli atenei telematici. Il residuo 2% dell’offerta si configura in modalità mista a opera delle università tradizionali.

Nel 2022, l’82,2% degli iscritti frequentava un’università statale e l’11,5% una telematica. Il rapporto rileva quindi l’esplosione in termini di percentuale di studentesse e studenti degli atenei telematici: gli iscritti sono infatti cresciuti in un decennio del +410,9%.

Parlando invece di insegnanti, il corpo docente di ruolo è cresciuto tra il 2012 e il 2022 del 6,6%: se per le università statali il dato si è fermato a +5,3%, nelle università libere ha toccato il +21,7%, per segnare un record nelle telematiche, toccando il +102,1%.

Per l’educazione si spende poco e gli studenti non trovano casa

Nel rapporto, però, vengono evidenziate anche diverse criticità, a cominciare dalla spesa per l’educazione in Italia rispetto al contesto internazionale: l’Italia investe 12.663 dollari per ciascuno studente full time contro i 18.880 della Francia e i 20.760 della Germania, i 14.631 della Spagna e i 17.578 della media Ue.

Il problema legato alla migrazione universitaria, dal sud e dalle isole al centro e nord, dipende molto anche dalle infrastrutture: il tempo medio necessario per raggiungere la sede degli studi nel Mezzogiorno supera i 150 minuti, mentre la media italiana è di 88 minuti.

Altro problema legato all’istruzione universitaria: la questione abitativa e gli altissimi costi degli affitti. Un problema, però, che non riguarda solo l’Italia ma anche l’Europa: secondo Eurostudent, circa un terzo delle spese degli studenti europei è per l’affitto di una stanza o di un appartamento condiviso.

Gender gap e insegnanti precari

Tanti gli aspetti su cui intervenire: dal corpo docente, sempre più anziano e precario, fino alla scarsa presenza di residenze per studenti; elevato, soprattutto al sud e in Sardegna, il rischio di spopolamento a causa del “calo demografico” e della bassa attrattività degli atenei. Anche sul gender gap in ambito Stem siamo ancora indietro: secondo il Rapporto Anvur 2023 - Analisi di genere, le scelte accademiche delle donne si orientano prevalentemente verso facoltà umanistiche, artistiche, sociali e sanitarie.

In 10 anni (dal 2012 al 2022) il numero di studentesse (sul totale dei nuovi iscritti ai corsi di laurea tecnico-scientifici) non è cresciuto: “per quanto riguarda nello specifico l’Area Sanitaria e Agro-Veterinaria, il numero di donne negli anni considerati è sempre superiore a quello degli uomini, sebbene a partire dall’a.a. 2011/12 si osservi una diminuzione progressiva nelle immatricolazioni e iscrizioni delle donne, a fronte di un incremento degli uomini”, rivela Anvur.

I dati analizzati da Mediobanca si focalizzano anche sul numero delle persone che riusciranno ad accedere al titolo di laurea: circa un quinto dei laureati e delle laureate in Italia è a rischio. Il nostro Paese è tra gli ultimi posti in Europa per numero di titoli di studio universitari che riguardano il 20% della popolazione tra i 25 e i 64 anni (la media europea è pari al 33,3%).

Uno dei maggiori problemi, riguarda la precarietà contrattuale e l’età media: il 56% del corpo docente ha almeno 50 anni, per un’età media pari a 51,1 anni che raggiunge il massimo per i professori ordinari (58,2 anni). Il 41,3% del personale docente è composto da donne (41,6% negli atenei statali e 39,7% nei non statali), ma tra i rettori e le rettrici in carica nel 2022, la quota di donne tocca il 12,1% (era il 7,5% nel 2012). Un dato, quest’ultimo, che racconta bene quali siano le disparità profonde in merito all’accesso ai ruoli apicali, da parte delle donne, anche nel mondo universitario.

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