Economia

Abbigliamento second hand: gli acquisti sono cresciuti del 18%

Secondo i dati della società GlobalData per il negozio online ThreadUp, il 65% dei giovani della Gen Z e dei Millennial ha almeno un capo di seconda mano nel proprio armadio
Credit: cottonbro studio 
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29 marzo 2024 Aggiornato alle 13:00

I consumatori stanno sviluppando una maggiore consapevolezza ambientale: la bussola perfetta per decidere cosa acquistare e cosa lasciare negli scaffali di un negozio. Si fa infatti più attenzione alla provenienza, alle tecniche di produzione e alla qualità della materia prima di ciò che acquistiamo.

La materia prima, forse più di tutti gli altri elementi, rappresenta un fattore determinante per la durabilità del prodotto stesso, specialmente nell’abbigliamento. Lo si comprende immediatamente vedendo, per esempio, il tessuto o le finiture di una maglietta venduta a prezzi ridicoli proprio perché di bassissima fattura, che già al secondo lavaggio si deteriora.

Ecco spiegato il segreto dell’enorme successo ottenuto dal mercato degli abiti di seconda mano negli ultimi anni, a cui molti acquirenti decidono di affidarsi per indossare capi più vecchi, la cui età anagrafica è garanzia di maggiore resistenza e qualità, oltre che un vantaggio per il Pianeta. Motivo per cui, con grande probabilità, la vendita di questi prodotti riuscirà a raggiungere il 10% dell’intero mercato globale della moda già dal prossimo anno. Un obiettivo tanto ambizioso quanto verosimile per un settore che, secondo i dati raccolti dalla società di analisi GlobalData per il negozio online di vestiti di seconda mano ThreadUp, vanta vendite in aumento del 18% rispetto all’anno scorso, arrivando a toccare i 197 miliardi di dollari nel mondo.

A trainare questi enormi volumi sono i più giovani: il 65% dei giovani della Generazione Z e dei Millennial afferma di possedere un capo d’abbigliamento di seconda mano nel proprio armadio. Oltre alla passione per il gusto vintage e il romanticismo dei colori retrò delle boutique specializzate, ad attirare particolarmente questa fascia d’età è sicuramente la maggiore accessibilità agli acquisti, garantita da siti come Vinted, Depop e la stessa ThredUp, grazie alle quali l’incontro tra domanda e offerta è facilitato dalle applicazioni con cui fotografare il capo. Il report infatti prevede che gli acquisti online potrebbero più che raddoppiare nei prossimi 5 anni, arrivando al valore di 40 miliardi.

Un successo così travolgente da coinvolgere numerosi rivenditori tradizionali a sperimentare inedite partnership per implementare la vendita di seconda mano. Come quella tra il grossista inglese Vintage Wholesale Company e Primark, colosso irlandese che sta cercando di svincolarsi dall’etichetta del fast fashion con un apposito spazio interamente dedicato all’usato all’interno dei propri punti vendita di Birmingham, Bristol, Cardiff, Manchester, Mary Street e Oxford Street.

D’altronde, è in via di sviluppo da tempo una legislazione a livello nazionale e internazionale che cerchi di contrastare modelli di business basati sulla produzione e vendita di abiti low cost e di scarsa qualità, dove al breve ciclo di vita del prodotto si accompagna in un elevato consumo di risorse (acqua, energia e materie prime) per la produzione di enormi quantità di abiti, spesso delocalizzata in Paesi con bassi costi di manodopera, ritmi incessanti e scarsa attenzione alle normative a tutela dei lavoratori.

L’Unione europea sta studiando una regolamentazione apposita, che vedrà la luce entro il 2028, completa di misure sanzionatorie più severe e un costante controllo delle catene di approvvigionamento. Intanto, si appresta a concretizzarsi la proposta di legge finalizzata a ridurre l’impatto ambientale dell’industria tessile appena approvata dall’Assemblea Nazionale Francese, la quale (fra le altre indicazioni) prevede numerose misure per stimolare il riuso e la riparazione dei prodotti e rallentare il loro viaggio verso la spazzatura.

Nonostante il mercato dell’usato statunitense sia cresciuto 7 volte più velocemente rispetto al commercio al dettaglio di moda e si prepara a raggiungere i 350 miliardi di dollari già nel 2028, il margine di guadagno del settore rimane comunque piuttosto basso.

Nel 2022, inoltre, Depop era in perdita di 59,4 milioni di sterline contro i 54,3 milioni raccolti grazie alle vendite concluse nello stesso anno. Contemporaneamente Vinted registrava un risultato finanziario negativo, con una perdita di 47,1 milioni di euro sul guadagno lordo (prima dell’applicazione delle imposte), ma comunque registrando una crescita significativa nelle vendite, aumentate del 51% nello stesso anno.

Non necessariamente un segno di difficoltà, dunque, anche se per il futuro del settore sarà determinante adottare strategia capaci di aumentare le entrate, ridurre le spese e acquisire ulteriori quote di mercato.

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