(Daniel Sanchez)
Diritti

Programmi tv Usa: le madri sono (ancora) stereotipate

La ricerca Re-writing Motherhood rivela come la quotidianità delle mamme nella vita reale non sia quasi mai rappresentata: il lavoro di cura, per esempio, di cui sono costrette a prendersi carico, non viene praticamente mai raccontato
di Silvia Giagnoni
Tempo di lettura 7 min lettura
4 aprile 2024 Aggiornato alle 11:10

Scena Uno. C’è una donna, evidentemente incinta, in fila alla casa del supermercato; ha il carrello pieno. Tutte le persone la fanno passare, nemmeno fosse Mosè davanti al Mar Rosso. Il cassiere le sorride.

Scena Due. C’è un’altra donna (ma potrebbe essere la stessa), solo qualche anno più anziana, è sempre in fila, sempre con il carrello pieno, ma adesso ha con sé un bambino. Nessuno la degna di uno sguardo, il cassiere appare scocciato perché la madre evidentemente non sa tenere a bada i figli. Lei, aspetta il proprio turno.

Da dove vengono queste immagini? E, soprattutto, da dove vengono i comportamenti che adottiamo di fronte a certe situazioni? Da dove recuperiamo modelli di comportamenti che riteniamo adeguati, appropriati, e quindi giusti, al punto da farli nostri?

Visto che viviamo in una società sempre più mediata, non dovrebbe sorprendere se anche i mass media ci forniscono questi modelli. Sarebbe, quindi, il caso di prestare più attenzione se vogliamo contribuire a creare società migliori e più vicine alle famiglie, ma soprattutto alle madri.

È ciò che ha deciso anni fa Geena Davis (proprio lei, la co-protagonista insieme a Susan Sarandon del cult movie Thelma e Louise) quando ha cominciato a prestare attenzione a cosa guardava sua figlia in televisione. Da qui a fondare il Geena Davis Institute on Gender in Media, il passo è stato breve. Il motto dell’istituto e “If she can see it, she can be it” (“Se lo può vedere, può esserlo”).

Negli ultimi anni, si sono moltiplicate le piattaforme, ma le serie tv restano una fonte di intrattenimento importante per famiglie. La televisione di oggi non racconta bene cosa significhi davvero essere genitori e soprattutto cosa significhi essere madri. È ciò che ci dice Re-writing Motherhood: How TV represents Moms and what we want to see next, una ricerca, unica nel suo genere, pubblicata a marzo dal Geena Davis Institute.

Fondato nel 2004, l’istituto si pone proprio lo scopo di “mitigare la cosiddetta unconscious bias e al contempo creare uguaglianza, inclusione e ridurre gli stereotipi negativi nei media e nel mondo dello spettacolo,” nonché di elaborare raccomandazioni e buone pratiche per chi lavora nell’industria televisiva, con speciale attenzione alle rappresentazioni di genere, Lgbtq+, race & ethnicity, disabilità, età, e tipologia di corpo. Tutto ciò per migliorarne i contenuti, ma anche per sviluppare un ambiente lavorativo più flessibile per le categorie tradizionalmente discriminate.

Re-writing Motherhood, per esempio, è stato svolto in partnership con Moms F1rst di Reshma Saujani, già fondatrice di #GirlsWhoCode. MomF1rst lavora per aumentare e migliorare i servizi per l’infanzia, per il sostegno al congedo parentale (negli Stati Uniti per legge non esiste il congedo pagato, sebbene molte aziende lo abbiano istituito al proprio interno) e per l’equiparazione degli stipendi tra uomini e donne. Anche Meghan Markle con la Archewell Foundation ha finanziato lo studio.

La ricerca ci dice che esiste uno scarto tra le rappresentazioni mediatiche e culturali dell’essere madri e il vissuto delle donne. Questo contribuisce a far sentire le donne sbagliate, inadeguate, incapaci, rispetto a rappresentazioni che non prevedono un’articolazione, per dire, del carico mentale, di attività centrali alla vita domestica quali sistemare i panni, pulire il bagno o aiutare i/le bambini/e piccoli/e a lavarsi e vestirsi. La quotidiana esperienza dell’essere madri non è rappresentata in televisione e, quando lo è, ricade spesso su modelli stereotipati.

D’altra parte, la carenza di asili, la chiusura delle scuole e la precarietà occupazionale nei due anni di pandemia hanno portato tante donne lavoratrici a sobbarcarsi ulteriormente il lavoro di cura domestico, perché le nostre società ancora si aspettano che siano le donne a farsene carico. Sebbene infatti nella realtà le madri che lavorano oggi siano più produttive delle donne senza figli, continua lo studio del Geena Davis Institute, subiscono la cosiddetta Motherhood Penalty, sono cioè “soggette a mancate promozioni, a demansionamenti, compiti di minor responsabilità e in genere penalizzate quando chiedono un orario più flessibile”.

D’altra parte, i padri usufruiscono invece del Fatherhood Bonus, segno che anche se i ruoli cambiano e sempre più madri lavorano, le aspettative sociali non sono molto mutate: infatti, le madri guadagnano solo 62 centesimi per ogni dollaro guadagnato dai padri.

La ricerca ha analizzato 261 programmi (il 54% del totale) usciti nel 2022 che presentavano tra i personaggi madri. Se il modello alla June Cleaver di Leave it to Beaver, l’archetipica dea del focolare domestico, resta duro a morire, sono tante le immagini di mamme moderne che popolano gli schermi televisivi nelle serie americane. L’analisi dei dati, però, restituisce un quadro tutt’altro che incoraggiante.

Quando una famiglia televisiva ha un chiaro breadwinner, ancora oggi 9 volte su 10 è il padre, nonostante prima del Covid il 44,4% delle madri lavoratrici con figli e figlie tra i 6 e i 17 anni guadagnassero almeno la metà del reddito famigliare.

Inoltre, l’85% dei genitori riconosce la difficoltà di coordinare la cura di bambini e bambine; le case televisive, poi, sono sempre in ordine e pulitissime (meno di 1 su 10 è disordinata) e solo il 15% dei genitori viene rappresentato mentre svolge mansioni domestiche. Insomma, il lavoro di pulizia è oscurato e quindi, si presume, assente, o quantomeno delegato. Soprattutto, le mamme sono per lo più bianche, magre e attraenti, e lo sforzo che va nel tenersi in forma non è mostrato.

La ricerca fornisce indicazioni per creare rappresentazioni più realistiche, meno edulcorate, e tenta di evidenziare il carico mentale delle madri, gli sforzi per trovare un babysitter; chiede, insomma, a chi scrive i programmi televisivi di essere più aderenti alla realtà. Consiglia, soprattutto, di facilitare il lavoro alle madri sceneggiatrici, perché per chi vive la quotidianità del barcamenarsi tra figli, lavoro e casa è più facile immaginare scene realistiche. La ricerca del 2021 di Motherly rivela infatti che il 92% delle madri ritiene che la società non le capisca né le sostenga.

E pensare che durante la Seconda guerra mondiale, quando 6 milioni di donne entrarono nella forza lavoro negli Stati Uniti mentre gli uomini si trovavano oltreoceano a combattere, venne istituito un programma nazionale di servizi per l’infanzia. Come evidenzia il documento del Congressional Research Service dedicato a questo tema, le donne sposate sorpassarono per la prima volta quelle single nella composizione della forza-lavoro. Il programma, però, venne abbandonato appena terminato il conflitto, il che contribuì al rientro nelle case di tante (ex) lavoratrici, un ritorno al domestico, e a quella che Betty Friedan ha chiamato “the feminine mystique,” nel libro omonimo che contribuì a lanciare la seconda ondata del femminismo statunitense.

Le rappresentazioni mediatiche, osservava Stuart Hall, critico culturale e propulsore dei British cultural studies, contribuiscono alla costruzione sociale di chi siamo, entrando a far parte del nostro modo di vedere le cose, di parlare di queste stesse rappresentazioni: e così vanno a costituire la nostra realtà.

Contrariamente a quel che si crede, infatti, i media non “riflettono” né “modellano” semplicemente la società. La relazione tra rappresentazioni mediatiche e società è spiegabile con un modello circolare. Nella costruzione di cosa significhi essere madre oggi ci sono le influencer accanto ai modelli “reali” in famiglia. Si tratta insomma di una relazione sempre più intima, penetrante, invasiva. Per questo, ne parliamo, per questo ricerche (e relative raccomandazioni per l’industria televisiva) come quella del Geena Davis Institute sono fondamentali per rendere le nostre società più eque e soprattutto alleate, amiche davvero, delle madri.

La Svolta non è riuscita a trovare una ricerca analoga per il contesto televisivo italiano. È interessante, però, notare che le due scene in apertura del pezzo si riferiscono al prodotti italiani; negli Stati Uniti c’è più “galanteria” nei confronti delle madri. Specularmente, l’inglese “motherhood” non si traduce in “maternità,” termine che nella nostra lingua indica solo il periodo in cui una donna è in gravidanza e i mesi successivi.

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