Culture

“La zona d’interesse” racconta l’orrore dell’Olocausto senza mai mostrare la violenza

Il lungometraggio di Jonathan Glazer (vincitore dell’Oscar per il miglior film internazionale) si incentra sulla vita della famiglia di Rudolf Höss, gerarca nazista, che vive la sua “tranquilla” e allegra vita appena fuori dal campo di concentramento di Auschwitz
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11 marzo 2024 Aggiornato alle 18:00

Questa notte La zona d’interesse (The zone of interest), il lungometraggio diretto da Jonathan Glazer e tratto dall’omonimo libro di Martin Amis (edito in Italia da Einaudi) ha vinto l’Oscar come miglior film internazionale.

La storia, ambientata nella Germania della Seconda guerra mondiale, si incentra sulle vicende quotidiane di una famiglia tedesca, apparentemente normale, che sembra svolgere le proprie attività in quella che sembra configurarsi come una grande e allegra casa, dotata di ampi spazi, di giardino e piscina e popolata dai 5 figli di Hedwig (Sandra Hüller) e Rudolf Höss (Christian Friedel).

Ben presto si capisce che la quotidianità di questa famiglia prende vita in un contesto ben preciso, e cioè appena fuori dal campo di concentramento di Auschwitz, dove Rudolf (gerarca nazista realmente esistito) lavora tutti i giorni. Hedwig conduce una vita tranquilla, si occupa della casa e gestisce le faccende domestiche con l’aiuto di altre 4 donne, che lavorano dentro la dimora Höss; i bambini vanno a scuola e ai più grandi viene già impartita l’educazione prevista dal regime nazista.

Quando l’estate arriva, la casa diventa protagonista e scenario di allegre feste in piscina, ma tutto quello che succede assume connotati sempre più stranianti e dolorosi, man mano che la pellicola procede. Del campo di concentramento, di ciò che è “al di là” del muro, non se ne parla mai in modo esplicito. Rudolf va al lavoro la mattina, torna a casa la sera, come se si trattasse di un banale lavoro con orari da ufficio.

I valori del mondo rappresentato da Glazer sono completamente rovesciati: tutta la famiglia Höss vive tranquilla e ignora i costanti rumori che provengono da fuori; nessuno vede mai direttamente gli orrori che si consumano nel campo di concentramento appena fuori dal loro giardino, ma la sua spettrale presenza è sempre intensa.

È solo attraverso le figure di alcuni prigionieri (i cui indumenti grigi e sporchi sono volutamente in contrasto con l’esplosione di colori provocata dai fiori in giardino) che l’universo concentrazionario fa irruzione sulla scena; altrimenti, attraverso oggetti concreti che vengono recapitati alla padrona di casa. Sottovesti pregiate e lussuose pellicce sottratte alle prigioniere catturate diventano un prezioso bottino di guerra per Hedwig e le domestiche che per lei lavorano.

Glazer fa un uso sapiente del “vedo non vedo” all’interno della pellicola: è ancora più efficace e forte il senso di morte che incombe sullo spettatore quando quest’ultimo non viene rappresentato in modo esplicito ma soltanto suggerito, attraverso diverse sfere sensoriali; è soprattutto l’udito, il senso preposto a trasmettere vividamente l’orrore che si sta consumando, dato che il rumore dei forni crematori in perpetua lavorazione rimane costante in tutte le scene ambientate all’esterno della casa.

La maggior parte delle sequenze riprese sono illuminate con la luce naturale del sole, almeno fino a quando non cala la notte anche su casa Höss (a fare da contraltare), non solo da un punto di vista estetico-visivo, ma anche e soprattutto etico-morale: alle scene intensamente illuminate, infatti, si alternano in maniera sporadica nel corso della storia alcune scene girate in negativo.

Glazer, con questo rovesciamento cromatico, sottolinea quanto il piccolo nucleo della famiglia Höss viva dentro a una bolla in cui tutti i valori sono completamente rovesciati e dove la normalità in cui vivono, felici e sereni, è, in realtà un grave caso di anormalità. A coronare questo senso di morte incombente, come una sorta di presa di coscienza da parte di Rudolf, arriva un flashback, anch’esso, “al contrario”.

Si tratta, infatti, di un flash-forward che sperimenta il padre di famiglia, ma il futuro che vede, come una visione o come un’allucinazione, non è un futuro che arriverà a conoscere in prima persona. Scene di un museo, ambientate nella contemporaneità, interrompono momentaneamente la struttura narrativa della storia: si tratta di alcune riprese eseguite nel luogo dove un tempo sorgeva il campo di concentramento di Auschwitz, oggi trasformato in museo e luogo di memoria affinché quanto successo non si ripeta più.

Rudolf, colto da questa visione, prova un forte malessere fisico, a dimostrazione che per quanto l’essere umano cerchi di sopprimere i propri istinti, la propria umanità e compassione verso il prossimo, in un modo o nell’altro, con più o meno violenza, emerge sempre.

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