Diritti

Il costo umano della libertà d’inquinare. Il caso del popolo degli Ogiek in Kenya

Le autorità keniote stanno allontanando questa popolazione dalla foreste nella quale vive, per questioni legate al mercato dei crediti di carbonio
A man is seated amidst the debris of his destroyed home in Sasimwani, within the Mau Forest area.
A man is seated amidst the debris of his destroyed home in Sasimwani, within the Mau Forest area. Credit: James Wakibia/SOPA Images via ZUMA Press Wire
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18 febbraio 2024 Aggiornato alle 06:30

Chi ha visto il film Gangs of New York ambientato nella metropoli di metà del diciannovesimo secolo, ricorderà che tra le scene finali, c’è un bombardamento navale della città da parte della marina dell’Unione (gli stati del nord), motivato dalla volontà di fermare la rivolta delle classi più umili, prevalentemente irlandesi, contro la leva obbligatoria introdotta per combattere la guerra di secessione.

Particolare non trascurabile, l’atto permetteva di evitare l’arruolamento a chi avesse versato trecento dollari, perché con quei soldi si poteva pagare chi combattesse al proprio posto. Trecento dollari di allora erano un importo tale da consentire soltanto ai ricchi di potere essere esonerati dal combattere una guerra percepita peraltro dai poveri come lontana, legata com’era all’abolizione della schiavitù, ovvero a una condizione da cui loro stessi non si sentivano lontani tale era l’indigenza economica (si parlò di guerra dei ricchi combattuta dai poveri).

Questa è la prima immagine che mi è venuta in mente quando ho letto di quanto sta avvenendo al popolo degli Ogiek in Kenya, dove le autorità governative stanno adottando nei loro confronti politiche di allontanamento dalla foresta in cui sono insediati.

Un popolo di cacciatori e raccoglitori che vive di quanto la natura spontaneamente produce, come il miele dalle api, e che per la maggiore parte si trova nella foresta di Mau da tantissimi anni.

Ma qual è il nesso tra i due fatti? Le organizzazioni non governative, tra le quali Amnesty International, e la stampa stanno denunciando gli allontanamenti forzati che avvengono anche attraverso l’incendio e la distruzione delle abitazioni.

L’opinione delle stesse comunità interessate, o almeno dell’Ogiek Peoples Development Programme, è che la ragione di queste azioni sia legata al mercato dei crediti di carbonio, un mercato florido - nonostante i vari scandali che ne hanno minato la credibilità - sul quale il presidente keniano Ruto ha deciso di scommettere per avere nuove risorse finanziarie.

Non sarebbe un caso, secondo i commentatori, che le azioni di allontanamento forzate siano state esacerbate dal governo dopo la partecipazione del presidente keniano alla Cop28 tenutosi a Dubai, dove avrebbe incontrato società attive nel mercato delle compensazioni. Con una di esse, che apparterrebbe a un membro della famiglia reale che governa gli Emirati Arabi Uniti, risulta, in effetti, essere stato sottoscritto un memorandum of understanding. Se vi sia un nesso con la foresta di Mau non è comunque possibile approfondirlo da fonti accessibili.

Gli Ogiek sarebbero quindi allontanati dai loro luoghi natii affinché non esistano frizioni che possano turbare il ricco affare del mercato dei crediti di carbonio, sebbene tale popolo contribuisca davvero poco all’emissioni inquinanti o ancor meno allo sfruttamento della foresta.

Sul punto vale fare delle precisazioni. Sia chiaro: il mercato dei crediti di carbonio ha un suo senso e non è un mercato al quale sono pregiudizialmente contrario laddove si tratti di mitigare gli effetti di inquinamenti non comprimibili, quali il semplice fatto di svolgere le attività umane essenziali. Lo ritengo invece negativo, quando diventa una licenza a inquinare. Senza volere considerare che, frequentemente, non c’è trasparenza sugli effetti concreti in termini di contenimento delle emissioni di gas serra e, ancora meno, sulle ricadute umane delle azioni disegnate a tavolino da consulenti di turno che vivono dall’altra parte del mondo.

Non solo. Tornando agli Ogiek, come nella legge dei trecento dollari, basta essere ricchi perché qualcuno paghi il prezzo delle nostre azioni o, meglio, dell’inadempimento dei nostri doveri.

Nell’America del 1863 si trattava di evitare l’arruolamento. Ai giorni nostri, si tratta dell’essere esonerati dall’obbligo - per ora solo morale - di non inquinare. Ma è evidente che c’è una sproporzione tra l’abuso di chi inquina, e salva la propria immagine davanti all’opinione pubblica, e la vita di coloro che ne subiscono le conseguenze dirette, come gli Ogiek, e indirette, come i diseredati di tutto il mondo che affrontano senza possibilità di reagire gli effetti devastanti del riscaldamento climatico.

Nel 1863 trecento dollari, un importo non modesto per quei tempi, impossibile da raggiungere se non si era ricchi; oggi, milioni anzi miliardi di dollari, come ha sottolineato il Presidente Ruto alla prima conferenza africana sul cambiamento climatico tenutasi a settembre 2023, miliardi di dollari ammantati da nobili propositi.

Di fatto, progetti che hanno il pregio di preservare le foreste e che saranno utili se riusciranno nell’intento senza però pregiudicare i diritti dei nativi. Diverso sarebbe invece se si dovessero rivelare quali strumenti di sopraffazione.

Rimane di fondo una sensazione non piacevole: il fatto che sia comunque solo una questione di denaro, come ai tempi del mercato delle indulgenze che portò alla Riforma Protestante, dove bastava “pagare” (o meglio donare alla Chiesa) denaro per lavarsi l’anima dai peccati.

Denaro e denari come i trenta denari di evangelica memoria, quasi un prezzo del tradimento dei valori che si vanno a vantare ogni qual volta l’impatto sia sugli invisibili del mondo.

C’è solo da sperare che vi sia presto una riforma, la chiamerei la Riforma, del modo di pensare e di valutare cosa sia sostenibile e cosa no, prima che sia troppo tardi.

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