Ambiente

Rigassificatore Piombino: il dissenso non violento è destinato a estinguersi?

Secondo Greenpeace la sentenza del Tar del Lazio che ha respinto le argomentazioni del Comune di Piombino, contrario al posizionamento della nave in porto, manda un segnale tutt’altro che incoraggiante
La nave rigassificatrice Golar Tundra nel porto di Piombino (Livorno)
La nave rigassificatrice Golar Tundra nel porto di Piombino (Livorno) Credit: ANSA/US Regione Toscana
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11 febbraio 2024 Aggiornato alle 06:30

Il 23 gennaio scorso il Tar del Lazio ha respinto le osservazioni del Comune di Piombino contro il posizionamento della nave-rigassificatore “Golar Tundra” nel porto della cittadina toscana, condannando l’Amministrazione a pagare ben 90.000 euro di spese. Per la prima volta a memoria dei nostri legali, anche i ricorrenti intervenuti in supporto (ad adjuvandum) - Greenpeace Italia, USB e Wwf Italia - sono stati condannati in solido a pagare parte di queste spese (5.000 euro ciascuno).

Non è ancora possibile una valutazione approfondita dei contenuti tecnici della lunghissima sentenza di 239 pagine, un lavoro davvero immane che il giudice ha meticolosamente eseguito nell’arco di un solo mese di lavoro. L’udienza si è tenuta infatti il 20 dicembre 2024, dopo una serie di rinvii rispetto alla data inizialmente fissata lo scorso marzo.

È invece doverosa una riflessione sugli esiti generali della sentenza e sul tipo di conclusione che è possibile ricavarne. In estrema sintesi, l’impressione è quella di uno strisciante fastidio per gli interventi della società civile (e pure delle Autorità cittadine) a difesa dei territori minacciati da opere francamente indifendibili. E di un messaggio chiaro: soprattutto se si parla di fonti fossili, non disturbate il manovratore.

Se le grandi associazioni (in questo caso Greenpeace e Wwf) possono ancora permettersi - non senza qualche difficoltà - l’esborso economico per potersi talvolta costituire in giudizio, non è affatto detto (anzi, è assai più probabile il contrario) che comitati e movimenti locali abbiano le risorse per affrontare una causa legale. Se alle migliaia di euro necessarie per avviare una causa, sia pure ad adjuvandum come in questo caso, aggiungiamo la novità della possibile condanna a pagare parte delle spese, questo scoglio diventa insuperabile.

Come Greenpeace, sembra che questa sentenza e la sua sanzione sproporzionata siano in linea con l’appesantimento delle norme contro il dissenso nonviolento nel nostro Paese. Una marea che travalica la pura “questione ambientale” - formalmente tutelata anche dalla nostra Costituzione - e coinvolge la sfera dei diritti a tutto tondo, tanto che sulla questione si è espressa anche la coalizione “In difesa di” che ha l’obiettivo di tutelare chi (come persona singola o comunità) difende i diritti umani. È una marea che monta in Italia come in tutta Europa, ormai oggetto di attenzione da parte delle autorità internazionali come a esempio lo Special Rapporteur on Environmental Defenders della Convenzone di Aarhus, Michel Forst.

Insomma, è necessaria una riflessione generale su un approccio del legislatore e di parte del sistema giudiziario che sembra rifiutare il concetto stesso di protesta nonviolenta: altrove, questa deriva non ha portato a nulla di buono.

In queste riflessioni non ci confortano le reazioni del mondo politico italiano alla sentenza sul rigassificatore di Piombino. Come del resto in altri casi, ci si schiera “pro o contro” in base a parametri di mera tifoseria politica locale (se il PD applaude, FDI esprime solidarietà al sindaco di Piombino) senza alcuna visione complessiva del “tipo” di società che stiamo diventando. Una visione di cui invece abbiamo maledettamente bisogno.

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