Culture

Cattive acque: quando il sogno americano si infrange

Il film racconta le vicende di Rob Bilott, un tenace avvocato che, dal difendere e lavorare con grandi aziende produttrici di additivi chimici, si ritrova a far causa a una delle più potenti del settore: la DuPont
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4 febbraio 2024 Aggiornato alle 11:00

«Hanno preso questa sostanza, il PFOA, e l’hanno rinominata C-8, ottenendo un rivestimento impenetrabile […] per le padelle. Lo chiamarono Teflon, uno splendente simbolo dell’ingegno americano fabbricato proprio qui negli Stati Uniti, a Parkersburg, in West Virginia. Ma fin dall’inizio qualcosa non andava. Gli uomini e gli operai che assemblarono il Teflon iniziarono ad avere nausee e febbre. La DuPont si domandò il perché, così corressero alcune sigarette con il Teflon e dissero a dei collaboratori: “Ehi, provate queste”. Alla DuPont tutti eseguirono l’ordine. La maggior parte di loro finì in ospedale. Era il 1962, il Teflon era stato lanciato da un anno e la DuPont sapeva già tutto».

Così Mark Ruffalo, il protagonista del film del 2019 Dark Waters, diretto da Todd Haynes, sintetizza la propria scoperta, in una delle scene-chiave della pellicola.

Il film si ispira a un articolo comparso nel 2016 sul New York Times Magazine, intitolato The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare (L’avvocato che è diventato il peggior incubo della DuPont), firmato da Nathaniel Rich, che ripercorreva le tappe principali che hanno portato l’avvocato Rob Bilott a occuparsi di una questione diventata un caso di salute pubblica.

Il regista recupera il tono documentario e d’inchiesta che accompagna tutto lo scritto di Rich, trasponendolo sul grande schermo in un thriller che lascia poco spazio all’immaginazione e di cui vengono documentate e ripercorse minuziosamente tutte le tappe e le vicende giudiziarie che hanno tenuto impegnati per anni sia Bilott, sia i residenti di Parkersburg, una cittadina del West Virginia in cui sorgeva una delle più grandi fabbriche DuPont.

A partire dalla denuncia di un possidente terriero e allevatore, Wilbur Tennant (Bill Camp), inizialmente inascoltato - come spesso accade in questi casi - emersero amare verità su come la DuPont, azienda leader (nonché inventrice) del Teflon, materiale usato principalmente come rivestimento impermeabile per rendere antiaderenti padelle e altri utensili da cucina, abbia volontariamente avvelenato i cittadini di questo sobborgo statunitense. Non solo rilasciando materiale di scarico nelle acque dei ruscelli circostanti (acqua che gli animali di Tennant hanno sempre continuato a bere con gravi e ben visibili conseguenze sul loro stato di salute), ma anche lasciando che i lavoratori si recassero in fabbrica senza alcun tipo di protezione.

In questo modo l’azienda ha fatto sì che centinaia di migliaia di persone sviluppasse malattie - nella stragrande maggioranza dei casi - incurabili.

A partire dalla scoperta di questo consapevole avvelenamento, Bilott fa emergere tutta una serie di crimini annessi all’insabbiamento: scienziati corrotti, occultamento di prove, danni ambientali perpetrati continuamente a partire dagli anni ’60: tutto questo a carico di una grande multinazionale che, con gli occhi e le mani tese al profitto, ha semplicemente fatto finta di niente, mettendo a rischio la vita di milioni di persone.

Haynes, con la sua pellicola, riesce molto bene a trasmettere la sensazione di impotenza e di inutilità provata dai cosiddetti “ultimi”: a nessuna grande multinazionale, evidentemente, importa della salute e del benessere di abitanti di una piccola cittadina di campagna.

In un crescendo di tensione, alla quale si accompagna, parallelamente, un grande senso di frustrazione, Bilott arriverà a compromettere l’equilibrio della propria vita privata, pur di arrivare fino in fondo ai procedimenti giudiziari intrapresi e far sì che l’azienda riconosca i propri crimini, pagandone le conseguenze.

Il regista dipinge la DuPont (come molte altre fabbriche inserite in contesti di mercato globale e mondiale) come un gigante estenuante contro cui combattere che rende la figura di Rob Bilott quasi un moderno Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento pur di averla vinta su una causa che dovrebbe essere di interesse comune e tutelata da un governo che, invece, ha scelto di dare le spalle ai propri cittadini.

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