Diritti

Perché le elezioni in Congo dovrebbero interessarti

Se è vero che un battito d’ali di farfalla può avere effetti dall’altra parte del mondo, non possiamo non renderci conto che le politiche globali in Africa portano tensioni più facilmente in Europa che altrove
Credit: EPA/CHRIS MILOSI 
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28 dicembre 2023 Aggiornato alle 06:30

Con una popolazione di circa 100 milioni di persone, la Repubblica Democratica del Congo è il quarto stato per abitanti e il secondo stato per estensione geografica del Continente africano, spesso ricordato per i crimini belgi dei tempi di Re Leopoldo, che ne fece un possedimento personale, e per le sue incredibili ricchezze. Non a caso si dice “tutto l’oro del Congo” per indicare una ricchezza smisurata. Ricchezza che però non appare beneficiare la sua popolazione se si guarda al reddito pro-capite (circa 600 dollari Usa nel 2021) che colloca buona parte dei suoi abitanti sotto la soglia di povertà e la Repubblica Democratica del Congo fra i cinque stati più poveri della Terra.

Le cronache nostrane se ne occupano raramente, salvo che non ci sia un viaggio del Papa (come lo scorso anno) oppure le elezioni, come in questi giorni.

Elezioni le cui votazioni si sarebbero dovute concludere in un giorno, ne hanno richiesti invece 2, con seggi che hanno aperto con ore di ritardo. Eppure, per preparare le schede elettorali, lo Stato si era mosso a partire dallo scorso anno facendo le preregistrazioni al fine delle iscrizioni nelle liste.

I risultati si sapranno entro fine anno o, forse, ad anno nuovo.

Del resto, i ritardi erano prevedibili per varie ragioni, tra le quali la complessità della macchina elettorale dove le elezioni si svolgono in aeree – quali quelle orientali del Paese – oggetto di guerriglia.

Lo stesso rifiuto delle autorità di consentire la presenza di osservatori internazionali, né dell’Unione Europea né della East Africa Community (l’organizzazione sovrannazionale che comprende il Burundi, il Kenya, il Ruanda, il Sud Sudan, la Tanzania e l’Uganda e che si ispira a un modello non dissimile alla nostra Ue), poteva fare presagire questi risultati: un gesto che può essere letto quale orgoglio nazionale ma forse anche sintomatico dell’adozione di procedure non del tutto trasparenti.

Ciò detto, perché interessarsi a un Paese comunque così lontano da noi? Le ragioni sono molteplici e di varia natura.

Oltre a essere uno scrigno di risorse naturali – non solo minerali preziosi, ma anche giacimenti di cobalto, fondamentale nella transizione ecologica – in Congo si trova anche una delle più grandi foreste pluviali del mondo, con effetti benefici per tutto il globo. La ricchezza di acqua gli assicura inoltre un forte potenziale in termini di produzione di elettricità.

Tra gli aspetti negativi, oltre a una guerriglia endemica, presenta il rischio dell’estremismo islamico (l’Isis è presente con i suoi terroristi), cui non sono purtroppo estranee molte nazioni africane, a partire dalla Nigeria per giungere alla vicina Somalia, con gli orrori e l’instabilità che ne conseguono. Ma se è vero che spesso rivoluzioni e terrore sono figli della povertà, la Repubblica Democratica del Congo è davvero un esempio emblematico di come sia difficile ragionare per esemplificazioni.

La Repubblica Democratica del Congo è, infatti, l’esempio di come le ricchezze naturali da sole non assicurino benessere e sviluppo alla popolazione locale.

Spesso, nella vulgata generale, la colpa di tutti i mali africani discende dagli europei per il periodo coloniale e il neocolonialismo, ma forse è giunto il momento di cambiare il paradigma, guardando in avanti e non dimenticando che non abbiamo più il monopolio dello sviluppo o del progresso di cui si diceva una volta.

Basti pensare, rimanendo in Congo, che solo alcuni anni fa la Cina ha portato in patria un grande risultato dello sfruttamento delle miniere di terre rare, per un valore stimato di circa 93 miliardi di dollari Usa, impegnandosi a realizzare infrastrutture per circa sei miliardi (è stato definito l’affare del secolo).

Non c’è da stupirsi che, almeno a livello di proclami, la Cina appaia non prestare attenzione alle elezioni di questo mese, come si è speso invece l’Occidente che sostiene una continuazione del processo democratico che dovrebbe assicurare una pacificazione, al momento lontana dal vedersi.

Parafrasando un vecchio detto italiano risalente ai tempi dei piccoli staterelli italiani, sia con la Francia sia con la Spagna basta che si mangia, il Dragone rimane indifferente al cambio di regimi se non toccano le proprie politiche economiche.

Il tema si pone per noi europei: perché se è vera la teoria del caos, che un battito d’ali di farfalla può avere conseguenze dall’altra parte del mondo, è facile rendersi conto che le politiche globali in Africa portino tensioni più facilmente in Europa che altrove.

Quel Mediterraneo che chiamavamo un tempo mare nostrum non è un oceano ed è facile da attraversare, anche se le tragiche morti quasi quotidiane ci dicono che non sia certo una passeggiata.

Questa vicinanza, accompagnata da un’assenza di politica globale, porta a farci riflettere a cosa può servire un Piano Mattei – il cui contenuto, confesso, non mi appare chiaro – posto in essere da una nazione, peraltro non ricca di mezzi, se non vi è un coordinamento tra stati più ricchi, e non solo occidentali, che impedisca la perpetrazione degli affari a senso unico in Africa (e negli altri continenti).

L’Occidente pone sanzioni a mezzo mondo per il rispetto dei diritti, ma non andremo certo da nessuna parte se non riusciremo a imporre condizioni di equità negli scambi economici con il Sud del mondo coinvolgendo anche i paesi non occidentali.

Non basterà un semplice codice di auto-condotta, se poi chiunque altro potrà fare accordi al ribasso accordandosi con il dittatore o il presidente di turno.

Forse dovremmo smettere di rivolgerci reciproche accuse tra europei, sempre pronti a gongolare quando la Francia o l’Inghilterra perdono sfere di influenza, se poi questo consente ad altri Paesi, molto lontani dall’Africa, di continuare il saccheggio senza altri scrupoli che non siano il proprio interesse. In altri termini, dovremmo renderci conto che i problemi che l’Africa affronta sono di interesse globale e, pertanto, tentare di adottare un progetto che possa coinvolgere il globo intero, partendo – ovviamente – dall’Europa unita.

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di Giunio Panarelli 3 min lettura