Diritti

389 multinazionali accusate di abusi contro i lavoratori migranti

L’Ong Business & Human Rights Resource Center ha denunciato 613 casi di furti salariali, violenze, orari di lavoro eccessivi, insicurezza sul lavoro, negazioni arbitrarie delle libertà, avvenuti tra dicembre 2022 e novembre 2023
Credit: Daniel Mensah Boafo 
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2 gennaio 2024 Aggiornato alle 13:00

Nel 2023 ci sarebbero stati almeno 90 lavoratori migranti morti a causa di abusi o negligenze aziendali, anche se il numero di decessi non segnalati pubblicamente potrebbe essere molto più alto. Secondo i dati dell’organizzazione non governativa Business & Human Rights Resource Center, i 613 casi di abusi collegati a realtà come Meta e Fifa includono anche furto salariale, violenza, orari di lavoro eccessivi, negazione arbitraria delle libertà, violazioni della salute e della sicurezza sul lavoro.

Sono 164 milioni i migranti impiegati nei modelli di business delle multinazionali in tutto il mondo, ma l’Ong denuncia che i principi guida delle Nazioni Unite su business e diritti umani sono costantemente violati, soprattutto in Malesia, Qatar, Regno Unito e Stati Uniti. Le aziende “dovrebbero rispettare rigorosamente i diritti umani per proteggere la propria forza lavoro migrante, ma i risultati rivelano invece un’incapacità sistemica nell’assumersi la responsabilità e nell’affrontare gli abusi dei diritti dei loro lavoratori”, ha spiegato l’Ong.

In particolare, nel rapporto relativo al periodo compreso tra dicembre 2022 e novembre 2023 si legge che Meta sarebbe collegata a 14 casi di abusi, dal momento che la sua piattaforma social è utilizzata da agenti di reclutamento e altre società per sfruttare i migranti in cerca di lavoro. Fifa sarebbe invece responsabile di 9 casi di sfruttamento in Qatar nei confronti di migranti provenienti da Ghana, Kenya, Nepal, India, Uganda, Pakistan e Filippine, impegnati in attività legate alla Coppa del Mondo 2022.

Delle 389 aziende internazionali citate nel rapporto, quelle in cui si verificano più abusi appartengono al settore agroalimentare (tra aziende agricole, trasformatori e rivenditori) e delle costruzioni. 54 di queste sono considerate “recidive”, ovvero collegate a 2 o più casi di violenza e sfruttamento, mentre oltre il 90% ha sede in Paesi con alto reddito e la maggior parte si trova ai vertici delle catene di approvvigionamento. Come documentato nel rapporto, infatti, i grandi marchi ottengono benefici materiali dai migranti anche a migliaia di chilometri di distanza, lavorando alla base di catene di fornitura transnazionali altamente complesse.

La categoria di abuso rilevata più spesso (64%) riguarda la violazione degli standard lavorativi (violazione della retribuzione, dell’orario di lavoro o delle ferie, licenziamento arbitrario o obiettivi di rendimento eccessivi), seguita da negazione arbitraria delle libertà (36%), violazioni della salute e sicurezza sul lavoro (36%) e pratiche di assunzione sleali (34%).

Anche il furto di stipendio è stato frequente (38% dei casi), mentre secondo il Business & Human Rights Resource Center sono in aumento i casi di malattie e morti dovute all’eccessiva esposizione al calore (8%), a causa del cambiamento climatico e del rapido aumento di eventi meteorologici estremi. La mancanza di accesso a informazioni sulla loro condizione di lavoro e ai sindacati espone poi i lavoratori migranti a ulteriori rischi e discriminazioni.

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