Ambiente

Geopolitica del clima: la Cop29 non ha ancora una casa

La Conferenza del 2024 dovrebbe tenersi in Europa Orientale, ma il veto di Putin esclude i Paesi Ue. Spunta l’ipotesi di Bonn, sede del Segretariato Unfccc, e di una doppia Presidenza degli Emirati
Credit: EPA/MARTIN DIVISEK.     

Tempo di lettura 5 min lettura
6 dicembre 2023 Aggiornato alle 13:00

Oggi a Dubai si conclude la prima settimana di Conferenza. E mentre a porte chiuse i delegati continuano a negoziare sul testo Global Stocktake, c’è una questione ancora irrisolta che desta la curiosità della stampa, e che vede geopolitica e cambiamento climatico intrecciarsi in un gioco sottile di veti incrociati: Cop29 non ha ancora una casa.

Nonostante sappiamo già che Cop30 si svolgerà a Belem, in Brasile, a Dubai si sta verificando una situazione di stallo senza precedenti sulla decisione in merito al Paese ospitante per l’edizione del 2024.

Secondo le regole delle Nazioni Unite, la Cop del prossimo anno dovrebbe svolgersi in Europa Orientale. Tuttavia, lo scoppio della guerra in Ucraina sta di fatto rendendo impossibile raggiungere un accordo unanime tra i Paesi della regione.

Ai fini della decisione, è richiesta infatti l’approvazione di tutti i Paesi del blocco, composto da 23 membri.

Putin lo ha più volte ribadito: la Russia non vuole che sia uno Stato membro dell’Unione europea a organizzare Cop29, e sempre per ragioni legate al conflitto ha posto il veto sulla candidatura della Bulgaria.

Per esclusione, rimarrebbero allora sul tavolo Armenia e Azerbaijan, entrambi potenziali candidati. Anche in questo caso, il conflitto di lunga data tra i due Paesi rappresenta un ostacolo insormontabile al raggiungimento di un accordo, soprattutto da quando la recente presa di Baku sull’enclave del Nagorno-Karabakh ha acuito le tensioni tra i due Paesi si traduce nell’ennesimo veto incrociato.

Ci troviamo davanti a un vero e proprio impasse.

Un’alternativa percorribile sarebbe che il Paese appartenente a un’altra regione annunciasse la propria candidatura, eventualità concretizzatasi nel 2019, quando la Spagna si era sostituita al Cile a causa delle proteste in corso nel Paese sudamericano. Al momento, però, nessun altro si è fatto avanti.

Fino a qualche mese fa, l’Australia era ancora tra le papabili candidate, ma ormai sembra avere poche chance, anche considerato che il tempo è poco.

Va ricordato: ospitare una Cop non è soltanto una questione logistica e di risorse, ma anche di pianificazione. Proprio per questo i preparativi di solito iniziano con largo anticipo. Ospitare una Cop richiede anche un grande sforzo diplomatico e politico, data l’opportunità che il Summit sul clima fornisce allo Stato ospitante di influenzare strategicamente i governi globali con operazioni di soft power e di proporre un’agenda in grado di avanzare interessi geopolitici nazionali, che trascendano quelli inerenti al contrasto del cambiamento climatico.

Se è vero che quello della rotazione è un criterio fondamentale per garantire la legittimità dei negoziati internazionali e un’equa rappresentazione delle varie regioni del mondo, è altrettanto vero che il Paese ospitante deve essere in grado di offrire, oltre a strutture adeguate e capacità organizzativa, una forte leadership, ingrediente imprescindibile per l’ottenimento di risultati che siano all’altezza del Summit mondiale più importante sul clima.

Come dichiarato qualche settimana da Bob Ward, direttore del Grantham Institute for Climate Change alla London School of Economics, al quotidiano The National: «Sarebbe problematico se non fosse concordata una sede entro la fine della Cop28. Se anche la competizione tra Paesi è salutare, non va dimenticato che l’obiettivo dei vertici delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico è promuovere la cooperazione globale nella lotta contro questa crisi».

Nel frattempo, il presidente attuale della Cop28, Sultan Al Jaber, ha esortato l’Europa orientale a scendere a compromessi, e ha nominato un negoziatore ad hoc al fine di contribuire nel trovare una soluzione definitiva entro il 12 dicembre.

Nel frattempo, si inizia a vagliare la possibilità che gli Emirati Arabi Uniti ospitino l’evento per la seconda volta, stavolta con la Germania come organizzatrice. Se l’accordo non dovesse arrivare, infatti, la sede di Cop29 potrebbe essere Bonn, che ospita il Segretariato delle Nazioni Unite sul Clima.

Proprio l’Unfccc, a tal proposito, avrebbe confermato questa opzione, ricordando però come questa avrebbe un’implicazione interessante. “In caso di mancato accordo nel gruppo dell’Europa orientale, le regole delle Nazioni Unite prevedono che la Cop29 si svolgerebbe in Germania, scelta in qualità di Paese ospitante del Segretariato, e sarebbe presieduta dagli Emirati Arabi Uniti, in quanto presidente dell’ultima Cop.”

Non sorprende come questa possibilità stia sollevando preoccupazioni morali ed etiche, soprattutto in virtù delle tante polemiche che continuano a coinvolgere la Presidenza emiratina e la figura di Al Jaber.

Secondo il parere di molti, riconfermare questa Presidenza per la Cop del prossimo anno rischierebbe infatti di intaccare ulteriormente trasparenza e la neutralità garantite proprio dalla Convenzione Quadro dei Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite (Unfccc).

Cosa succederà?

È presto per azzardare previsioni. La situazione è ancora in evoluzione. Di certo, si tratta di una decisione cruciale, che non va sottovalutata. Perché anche dalla geografia del Paese ospitante dipende il futuro dell’azione climatica. E a ben vedere, Cop28 ce lo sta già dimostrando.

Leggi anche
Cop28
di Emma Cabascia 4 min lettura