Economia

Come risparmiano gli italiani?

L’indagine annuale di Ipsos-Acri sottolinea un rapporto forte tra famiglie e risparmio, anche se poche scelgono di investire in strumenti più rischiosi, preferendo lasciare il proprio denaro nel conto corrente
Credit: Norma Mortenson  

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7 novembre 2023 Aggiornato alle 08:00

Ottobre, il mese dedicato all’educazione finanziaria, si è ufficialmente concluso ed è tempo di fare bilanci.

In occasione della 99ª Giornata mondiale del Risparmio, che si celebra ogni anno il 31 ottobre, l’indagine annuale di Ipsos (società specializzata in indagini di mercato) condotta da Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio Spa) chiamata Scelte consapevoli, educazione, responsabilità: la sfida del risparmio per le nuove generazioni punta proprio a fornire un panorama completo di tutte le scelte, le abitudini e i comportamenti attuati dagli italiani in tema di risparmio personale.

Un tema in cui andiamo particolarmente forte, dato che stando ai dati di marzo i depositi delle famiglie sui conti correnti hanno raggiunto il valore di 1.149 miliardi di euro.

Ma per risparmio non può intendersi esclusivamente il mero accumulo di denaro, che oltre tutto rappresenta un modo abbastanza controproducente di conservarlo per via dell’inflazione che ne erode progressivamente il valore attraverso rialzi generalizzati dei prezzi.

L’edizione numero 23 dell’indagine, infatti, osserva come la maggioranza degli italiani - pari al 62% dei risparmiatori - mantiene il proprio denaro liquido sul conto corrente, vale a dire perfettamente pronto a un ritiro immediato e spendibile.

Solo il 36% degli italiani dichiara di investire il proprio denaro (in leggero rialzo rispetto al 34% dell’anno precedente), e quando lo fa preferisce gli strumenti finanziari ritenuti più sicuri.

Passa dal 23% al 38% infatti la quota di italiani che sceglie di investire in titoli di Stato e buoni postali, prodotti poco rischiosi perché garantiti direttamente dallo Stato (la cui possibilità di fallire è sicuramente più remota se comparata a una start up), ma proprio per questo incapaci di assicurare guadagni elevati.

Al contrario di strumenti ritenuti più rischiosi come a esempio le azioni, il cui valore è più volatile proprio perché legato alle oscillazioni dei mercati finanziari, che invece permetterebbero rendimenti più elevati per via della loro forte instabilità e convincono solo il 7% dei risparmiatori italiani.

D’altronde la propensione al rischio sembra non avere particolare spazio nel nostro Dna, dato che fino al 2022 gli investitori più rischiosi erano intorno al 10%.

Un disinteresse tanto forte da far calare persino la popolarità del mattone, considerato per anni un vero e proprio bene rifugio e che continua a conquistare solo il 29% degli italiani, mentre fino al 2008 ben il 56% dei risparmiatori lo riteneva il settore d’investimento migliore.

Il 64% degli italiani si mostra scettico sul tema, in quanto ritiene che tutto l’apparato normativo e di controllo a tutela del risparmio non sia abbastanza efficace.

A pesare però c’è sicuramente una scarsa alfabetizzazione finanziaria che non permette agli interessati di acquisire le conoscenze necessarie a fronteggiare questo mondo e cercare di trarne vantaggio senza timore, oltre ad alla forte instabilità economica che grava sulla maggior parte degli italiani.

Non è di sicuro la base migliore per progettare investimenti a lungo periodo il fatto che il 58% dei giovani, vittime più di tutti del lavoro precario, aspiri a «maggiore stabilità lavorativa».

Il risultato è che i conti correnti rimangono fermi, con il 77% di famiglie tranquillamente in grado di far fronte a spese improvvise pari a 1000 euro, un po’ meno se si alza la soglia a 10.000 euro, che solamente il 36% delle famiglie sarebbe in grado di sborsare senza particolare fatica.

Sembrerebbe uno scenario piuttosto amaro, eppure dal report emerge un generale ritorno alla fiducia per il clima economico del nostro Paese analogo a quello della prima metà del 2021, come si evince da un progressivo calo della disoccupazione, un tenore di vita migliorato per il 14% (contro un 7% del 2022) e una riduzione della «quota coloro che hanno visto peggiorare la propria condizione economica (dal 19% nel 2022 al 13% di quest’anno)».

Un dato che tuttavia mal si concilia con le più recenti rilevazioni Istat, secondo cui gli indicatori di povertà assoluta sono cresciuti nell’ultimo anno, con poco più di 2,18 milioni di famiglie e 5,6 milioni di individui che si sono trovati in condizioni di indigenza assoluta nel 2022.

In generale, gli italiani si mostrano estremamente preparati sul breve periodo: fanno molta attenzione nel limitare l’impatto dell’inflazione sul bilancio familiare attraverso ricerche di offerte per gli acquisti, sconti, promozioni e spesa online.

Mentre è sul lungo periodo che la strategia delle famiglie si presenta più lacunosa e contraddittoria.

Se da un lato la maggioranza si dichiara preoccupata dal futuro economico dopo il pensionamento, dall’altro solo un lavoratore su 5 (il 19%) agisce concretamente attraverso la sottoscrizione di una forma di previdenza integrativa, cioè percorsi che permettono di investire parte del proprio stipendio attuale per costruire una rendita alternativa da cumulare ai futuri importi pensionistici.

Il numero di lavoratori tra i 18 e i 30 anni che ha scelto questi strumenti è inferiore alla media (il 17%): infatti il 69% dei giovani non sente la fretta di intervenire in quanto ritiene il pensionamento un evento troppo lontano, spesso anche irraggiungibile.

Gli stessi giovani rappresentano la quota di popolazione che mostra maggiore sensibilità alle tematiche ambientali, di sostenibilità economica e sociali (il 60%, contro il 54% della media totale degli italiani).

Mentre, come conseguenza delle recenti crisi legate alle materie prime e all’energia e alla politica restrittiva messa in campo dalla Banca centrale europea, tende a diminuire «l’idea che l’Europa, sempre riconosciuta per la sua tutela delle libertà e dei singoli, sia efficace nel difendere gli ideali democratici e la capacità competitiva dell’Unione sui mercati internazionali».

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