Diritti

Israele: come il gruppo democratico Bonot Alternativa aiuta durante la guerra

Il collettivo che dal 2020 lotta per i diritti delle donne ha cambiato momentaneamente mission: dal 7 ottobre organizza raccolte di cibo, medicine e vestiti per rispondere all’assenteismo statale
Una manifestante del collettivo Bonot Alternativa
Una manifestante del collettivo Bonot Alternativa Credit: linkedin.com
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3 novembre 2023 Aggiornato alle 18:00

La sera del 6 ottobre, Lee Hoffmann Agiv, responsabile delle “ancelle” femministe che dal 2020 lottano per ottenere diritti in Israele, era pronta a dare il via, il giorno dopo, alla sua 40° settimana di manifestazione consecutiva contro i piani del Governo di limitare l’indipendenza della magistratura. Con lei, altre 80 alleate. Ancora non sapeva che si sarebbe svegliata in un altro mondo.

Le incursioni di Hamas sono cominciate alle prime luci dell’alba, dando inizio a una delle rivolte sociali più grandi che lo Stato avesse mai visto e riaccendendo il fuoco su un conflitto territoriale che va avanti da molto tempo prima. “Il Paese è sotto attacco” recitavano gli oltre 450 messaggi della mattina del 7 ottobre.

«La riforma giudiziaria è morta, pensiamo al dopo»: con queste parole, Hoffmann Agiv diede inizio alla nuova missione del movimento Bonot Alternativa. Il gruppo di donne che per 9 mesi ha marciato per strada alla conquista dei propri diritti, al termine del primo giorno di guerra fra Gaza e Israele aveva già riunito tutte le sue forze per fornire risposte, armi e aiuti a una Nazione traumatizzata.

La capacità e l’intelligenza con cui in pochissimo tempo sono riuscite a modificare, temporaneamente, la loro missione è la dimostrazione della potenza di chi crede davvero nelle sue battaglie. «Stiamo assistendo a un enorme risveglio civico», ha dichiarato Yohanan Plesner, presidente dell’Israel Democracy Institute dopo il primo assalto, seguito poi da bombardamenti incessanti.

E così, mentre gli attentatori di Hamas continuavano a entrare e distruggere vite e persone, i gruppi di protesta che fino al giorno prima lottavano per i diritti civili hanno iniziato a cambiare rotta. Alcuni sono corsi al fronte, altri, come per l’appunto Bono Alternativa, hanno radunato oltre 150.000 membri e organizzato raccolte di materiale e rifornimenti. Ma non solo: gli esperti informatici si sono riuniti in un collettivo per non perdere le tracce degli oltre 200 israeliani presi in ostaggio da Hamas e fornire loro sicurezza. Infine gli psicologi si sono divisi su tutto il Paese per assistere vittime e feriti.

Fin dal primo istante gli attivisti, nessuno escluso, si sono mossi con il solo obiettivo di salvare il salvabile. «Sapevamo che le persone sarebbero state evacuate ed eravamo certe che il Governo non sarebbe mai stato in grado di assisterle e aiutarle tutte», ha spiegato Hoffmann Agiv: il suo gruppo raccoglie donazioni e permette a un vasto numero di sfollati di richiedere cibo, attrezzature mediche e vestiti.

Grazie a un canale Whatsapp hanno creato una vera e propria macchina organizzativa e dopo 24 ore avevano già elenco di 10.000 famiglie disposte a ospitare chi al momento non aveva (e non ha) più una casa. Né una vita. Tutto da sole, perché stando alle loro dichiarazioni sarebbe stato inutile il tentativo di affidarsi alle agenzie sociali.

Una conferma, quella dell’assenteismo statale, delle critiche all’estrema destra portate avanti fino al giorno prima: «L’incapacità di questo Governo di dare risposte e svolgere azioni al servizio della popolazione è esattamente il motivo per cui abbiamo iniziato a protestare 9 mesi fa – ha commentato Shikma Bressler del gruppo Bonot Alternativa diventata anche il volto delle manifestazioni – Abbiamo costruito organizzazioni civili di ogni tipo con ottime capacità logistiche di esecuzione. Era naturale che avremmo colmato il vuoto governativo». Le sue parole rimbalzano e trovano accordo fra tutti i membri di ogni gruppo.

Azioni che dimostrano quanto Bonot Alternativa e altri gruppi di attivisti potrebbero essere determinanti al termine del conflitto bellico in corso, se non addirittura fondamentali per la ricostruzione di un Paese in cui rimane nitido l’obiettivo finale di cacciare Netanyahu dal suo incarico.

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