Diritti

6 milioni di italiani non possono permettersi un pasto completo

Secondo il nuovo rapporto di ActionAid sulla povertà alimentare, il 12% della popolazione vive senza la certezza di mangiare sia a pranzo sia a cena. Di questi molti sono minori sotto i 16 anni
Credit: Andra Ion  
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5 novembre 2023 Aggiornato alle 09:00

Tornare a casa con l’incertezza della cena. Non in merito a cosa cucinare ma se, quella sera, sarà possibile mangiare, perché un pasto completo è stato già consumato due giorni prima. No, non accade in uno Stato in via di sviluppo, ma in Italia a 6 milioni di persone.

La povertà alimentare oggi è ai massimi storici, come testimonia il nuovo report di ActionAid, dal quale emerge che il 12% della popolazione del nostro Paese non può permettersi un pasto completo o socialmente accettabile almeno una volta ogni due giorni. Dei 6 milioni in queste condizioni, uno e mezzo soffre anche di deprivazione sociale, ovvero dell’impossibilità di riunirsi almeno una volta al mese con parenti o amici.

Se negli ultimi anni la situazione sembrava in leggero miglioramento, dal 2021 c’è stato un crollo drastico e preoccupante. Secondo ActionAid la curva positiva del biennio precedente sarebbe riconducibile al reddito di cittadinanza che però dimostra come non basti una singola azione per risolvere il problema. «In periodi di recessione, che causano l’aumento della povertà e riducono fortemente il potere d’acquisto delle famiglie, misure di protezione sociale e in particolare quelle di sostegno al reddito sono fondamentali per evitare che la povertà alimentare cresca – commenta Roberto Sensi, responsabile del programma Povertà alimentare di ActionAid Italia – Ma questo intervento dovrebbe essere solo il primo passo di un percorso capace di offrire risposte di varie dimensioni dell’esperienza sociale». Secondo Sensi, dunque, per riuscire a modificare l’andamento del fenomeno, è necessario prima di tutto cambiarne la visione.

Per chi non la vive, infatti, la povertà alimentare sembra quasi sconosciuta e non è raro trovare persone che, addirittura, non credono a una situazione così drammatica. O semplicemente, rimangono sordi. Forse perché non se ne parla abbastanza? Perché è più semplice pensare che non sia possibile che molti bambini non riescono a nutrirsi correttamente? Dove per correttamente si intende un pasto idoneo, a pranzo e a cena. Eppure sono 200.000 i minori sotto i 16 anni a non poter consumare frutta o verdura con regolarità, soprattutto a Nord-Ovest, dove il 5,3% non ha la certezza di un pasto completo quotidiano.

O forse, ancora, perché secondo l’indicatore della povertà, 6 persone su 10 in condizione di deprivazione alimentare non sono considerate a rischio perché posseggono un reddito superiore alla media nazionale. Ma basterebbe analizzare meglio i dati per scoprire che il problema non solo esiste, ma è anche esponenzialmente in crescita, tanto che «7 persone su 10, tra quelle citate prima, dichiarano di arrivare a fine mese con grande difficoltà, nonostante non siano considerati poveri». E non si fa fatica a crederlo, con il costo della vita raddoppiato, quasi triplicato, e i salari al netto di tre anni fa.

Per contrastare questo drammatico scenario si sono già attivati moltissimi volontari. Tra questi 500 dipendenti dell’azienda Snam, che soltanto venerdì 20 ottobre hanno servito 8.000 pasti e consegnato 22.000 pacchi di cibo a un totale di 30.000 persone. Questa, però, non può essere la soluzione. «Le politiche appaiono frammentate, poco coordinate e definite sempre sull’onda dell’emergenza senza la capacità di esprimere una visione strategica - continua Sansi nel rapporto - Nella maggior parte dei casi gli interventi si fermano alla risposta del bisogno. Seppur distribuire cibo sia importante al fine di alleviare le condizioni di indigenza delle famiglie, questa forma di aiuto non incide sulle cause del problema. A tal fine bisogna cercare di intervenire non solo sulle necessità alimentari delle persone ma sulle opportunità che il cibo può rappresentare per il loro benessere sociale, fisico e psicologico».

Una mappa demografica mostra l’Italia, anche in questo caso, diversificata. La deprivazione alimentare infatti è complessivamente maggiore al Sud e supera il 20% nella penisola e il 14% nelle isole, a contrasto del Nord-Est in cui, seppur non immune, si rasenta il 5,8%. Percentuali che si fanno sentire maggiormente fra i disoccupati o fra chi ha studiato non oltre la terza media, ma non solo. I giovani adulti che pagano un affitto e coloro che vivono in aree metropolitane, infatti, sono fra i più colpiti, seguiti dai genitori single e le famiglie numerose.

Il dramma, dunque, è reale e si ripercuote anche e soprattutto sulla salute, tanto che 3 persone su 10 dovendo destinare le risorse all’acquisto di alimenti, hanno ridotto le spese per le visite mediche o per gli accertamenti. «Nel periodo del Covid mio marito ha perso il lavoro e da lì sono iniziati i problemi - racconta Cristina. - Pagavamo un affitto, ma alla fine siamo rimasti indietro e l’affittuario dopo un annetto ci ha dovuto dare lo sfratto. È da sette mesi che siamo fuori casa, io da mia mamma e mio marito dalla sua. La situazione è difficile, siamo divisi e i bambini ne risentono». Queste parole provengono da una donna residente a Corsico (MI) che, prima della pandemia mai avrebbe pensato di ritrovarsi separata dal marito e dai figli a causa dell’impossibilità di permettersi un tetto sulla testa.

Secondo ActionAid la necessità è quella di comprendere meglio il peso che la povertà alimentare ha anche su famiglie non indigenti e al tempo stesso predisporre (da parte di chi ha il potere di farlo) efficaci interventi di contrasto che siano però parte di una strategia organica più ampia.

Ma poi vien da chiedersi, davvero è necessario sottolineare che per risolvere la perdita di un tubo rotto non basta tappare il buco? E per quanto bisogna urlare prima di perdere la voce?

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