Culture

“Nuovo Olimpo” celebra l’amore (anche per il cinema)

Il film di Ferzan Özpetek, disponibile da oggi su Netflix, racconta gli anni ‘70 e la storia di Enea e Pietro: 2 giovani che si incontrano, si innamorano, si perdono e si ritrovano
Una scena tratta dal film "Nuovo Olimpo"
Una scena tratta dal film "Nuovo Olimpo"
Tempo di lettura 8 min lettura
1 novembre 2023 Aggiornato alle 09:00

In occasione dell’anteprima di Nuovo Olimpo durante il Festival del Cinema di Roma, il regista Ferzan Özpetek e il cast hanno incontrato la stampa per raccontare la genesi del film. La storia si incentra sui personaggi di Enea (interpretato da Damiano Gavino) e Pietro (Andrea Di Luigi), da quando si incontrano e si innamorano, per seguire poi tutta la parabola della loro vita, che vivranno separati in attesa di incontrarsi di nuovo.

L’amore non è solo il sentimento che unisce i 2 protagonisti, ma anche ciò che lega il resto dei personaggi al cinema in cui si svolgono le vicende. E c’è molto di personale in questa storia che Ozpetek, dopo anni di tentennamenti, ha deciso finalmente di raccontare al pubblico. «Il mio principale obiettivo, la cosa più importante era per me raccontare gli anni ‘70 – ha spiegato il regista – ovvero mettere in scena un’Italia che amavo e che conoscevo bene. Inscenare questo contesto mi ha provocato un po’ di ansia, ma con l’aiuto del cast e della scenografa tutto è filato liscio. Non tutto ciò che si vede nel film finito lo avevamo previsto inizialmente: avevamo scelto un’altra casa e addirittura altri attori, dato che l’idea originale era di realizzare un film che avesse come protagonisti personaggi di un’età compresa tra i 35 e i 37 anni. Questa idea veniva, principalmente, da questioni tecniche: in questo modo avrei potuto, con l’uso del trucco, ringiovanire e invecchiare molto più facilmente gli attori. Alla fine, però, abbiamo scelto due attori giovani, abbassando di conseguenza l’età della storia e non potrei essere più felice di così. Trovo che siano stati tutti molto bravi, insieme abbiamo sviluppato un preciso metodo di lavoro e abbiamo collaborato insieme nel migliore dei modi; credo che non sia l’attore a dover entrare nei panni del personaggio ma, semmai, il contrario, è il personaggio che deve far parte dell’attore».

Del cinema di Ozpetek si parla molto; spesso, viene “etichettato”. Il regista ha sottolineato come il suo intento non sia quello di realizzare pellicole che vertono intorno a un solo tema e argomento, ovvero quello dell’omosessualità, per quanto l’amore sia sempre una componente fondamentale e che lega, come un filo rosso, tutta la sua opera. A questo proposito ha puntualizzato: «Tre anni fa sono stato intervistato da un critico statunitense in occasione dell’uscita de La dea Fortuna al cinema; in quella conversazione mi è stato detto che l’America, quando sono usciti Bagno turco (1997) e Le fate ignoranti (2001) non era assolutamente pronta per i miei film, ero troppo in anticipo sui tempi. Posso confermare le parole del giornalista con un aneddoto che mi è capitato quando andai in un negozio di videonoleggio per cercare l’edizione in dvd dei miei due film; il commesso mi rispose che probabilmente erano rimaste alcune copie nel reparto di pellicole gay del negozio. Mi sono reso conto che, in Italia, questa etichetta non c’era mai stata nei confronti dei miei film: non racconto l’omosessualità o l’eterosessualità, racconto le persone per come sono fatte e senza alcun tipo di censura. Sarà meraviglioso il giorno in cui non ci saranno etichette, non ci saranno “locali gay” o “locali eterosessuali”, quando non ci saranno “genitori gay” ma soltanto “genitori”, senza alcun tipo di divisione. Nei miei film racconto di personaggi che portano avanti ogni tipo di frequentazione, senza catalogare i sentimenti».

A descrivere ciò che è stata la realizzazione di Nuovo Olimpo sono stati anche gli attori del film. Damiano Gavino, già noto per aver interpretato Manuel Ferro nella serie Un professore (2021 - in produzione), si porta dietro come uno dei ricordi più belli lo spirito del tempo che sul set sono riusciti a evocare, con l’aiuto della scenografia, nella realizzazione della storia: «Uno dei ricordi più belli che mi porto dietro dai giorni di lavorazione sul set è stato quando sono entrato per la prima volta nel cinema. La scenografia raccontava di un cinema che non ho mai visto, in un’epoca che non ho vissuto, non ero per niente abituato alle poltrone di legno degli anni ‘70, dato che tutti i cinema che conosco le avevano già in velluto rosso! L’epoca in cui la storia è ambientata ci ha aiutato molto a trasformarci e a entrare nei personaggi, non eravamo più noi e quando ci mettevamo i vestiti di scena; era tutto molto diverso dal mondo che conosciamo. Oggi entriamo a contatto con molte persone tramite telefoni e social media, un tempo, invece, gli incontri avvenivano solo dal vivo una persona e ci si innamorava solo di quello che si era visto e conosciuto».

Luisa Ranieri, invece, che vediamo nel film interpretare Titti, la cassiera del cinema che i protagonisti frequentano, spiega il procedimento che ha portato alla costruzione del proprio personaggio, con la supervisione del regista: «Sono recidiva, questa è la mia terza esperienza lavorativa con Ferzan! Devo dire che quando mi chiama per un ruolo è sempre una festa: anche i personaggi che sulla carta sembrano piccoli diventano grandi, con lui c’è sempre la possibilità di dare una chiave di lettura, un colore in più alla storia. I personaggi crescono insieme agli attori, e per quanto riguarda il personaggio che interpreto io, sin dall’inizio c’era l’idea di rendere omaggio a Mina, attraverso trucco e vestiti. Titti è una cassiera che imita e che vorrebbe essere Mina, questa cosa mi ha aperto un mondo. Abbiamo costruito tutte le scene con la supervisione di Gianni, cambiando battute e aggiungendo alcuni dettagli nuovi. Nella scena finale la ritroviamo anziana ma abbiamo pensato di dover raccontare questa sua solitudine anche prima, in altre fasi della storia, non solo negli ultimi anni di vita ma soprattutto quando era giovane. Per mettere in scena la solitudine abbiamo avuto l’idea di farla parlare costantemente al telefono con la fantomatica amica Adele, a cui racconta ricette culinarie e pensieri ma, in realtà, non sta mai parlando con nessuno, solo a sé stessa».

«L’idea di far assomigliare il personaggio di Titti a quello di Mina derivava dal fatto che durante gli anni ‘70 vedevo, anche banalmente camminando per la strada, molte persone senza sopracciglia e con quel look che Mina aveva reso famoso e iconico - ha aggiunto Ozpetek - Per il ruolo della cassiera, in realtà, avevo pensato a coinvolgere Mina direttamente, che però, dopo averle telefonato, mi ha suggerito di contattare Luisa Ranieri con cui avevo già lavorato in Napoli Velata (2017) e Allacciate le cinture (2014). Oltre a essere una donna bellissima, bravissima e intelligente, ho trovato che Luisa fosse perfetta per il ruolo. Mi sono accorto che negli anni con le attrici ho avuto un’intesa molto forte, forse me ne sono accorto tardi con la vecchiaia! - ha spiegato ridendo - C’è un’intesa artistica molto forte con le attrici».

Gianni Romoli, sceneggiatore di Nuovo Olimpo e collaboratore storico di Ozpetek, si è soffermato sul processo di stesura, prima del soggetto, poi della sceneggiatura vera e propria: «Nello scrivere la storia, quasi sempre, il punto di partenza è una base reale, accaduta; da lì poi si inizia a parlare del soggetto e, dopo che la sceneggiatura è stata completata, viene controllata e definita da Ferzan. Mi concentro molto per fare in modo che il film abbia una struttura solida e “inattaccabile”, uno dei momenti chiave e fondamentali del mio lavoro con Ferzan è quando avviene la lettura del testo con gli attori. Pur partendo da una base definita, comunque, la stesura è un continuo work in progress ma non sarebbe giusto definirla un’improvvisazione dal nulla, si tratta sempre di una struttura concepita a tavolino e a priori. Il lavoro della sceneggiatura è, per sua natura, un costante rifacimento, la scrittura sta al servizio della creatività degli altri, è un lavoro ancillare e non bisogna difendere strenuamente le proprie idee ma collaborare attivamente in squadra per arrivare al miglior risultato possibile».

Per quanto riguarda, invece, la “novità” di questo film, ovvero la produzione di Netflix (il film esce oggi sulla piattaforma), il regista parla di alcuni timori iniziali e di come il servizio streaming abbia offerto e supportato la visione artistica che stava a a monte del progetto. «La produzione non ci ha mai dato limiti, ma io di limiti ne ho bisogno, anche per essere creativo! - ha affermato scherzosamente Ozpetek - Abbiamo girato alcune scene che richiedevano sceneggiature importanti, oltre agli interni, anche nell’allestimento di esterni, di strade e vicoli, ed è stato possibile realizzare tutto nel modo in cui avevo previsto. Il mio timore, inizialmente, era arrivare in fase di montaggio e sentirmi dire che sarebbe stato necessario tagliare più del previsto, ma fortunatamente questo non è mai successo. Ci siamo confrontati attivamente con la produzione, abbiamo messo in chiaro le nostre idee e opinioni e abbiamo sempre trovato un terreno comune di dibattito per portare avanti la nostra idea di cinema. Certo, non posso negare che sia una strana sensazione, quella di non uscire in sala e di non avere una distribuzione. L’ho paragonata a una cena con amici: invece di avere venti persone e fare una cena enorme, andando al cinema, l’uscita sarà più intima, come una cena con due o tre amici. Mi piace molto l’idea che i film realizzati fino a ora siano usciti in tutto il mondo, ma quando si distribuisce a 190 Paesi allora sì che un film entra davvero nelle case di tutte le persone. Spero solo che non arrivino messaggi dalla Thailandia pieni di insulti nei confronti di questo film!».

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