Culture

Mur: Kasia Smutniak racconta il “suo” muro

Il documentario, presentato durante la 18° edizione della Festa del Cinema di Roma, che vede l’attrice polacca come regista e protagonista, porta in scena la crisi umanitaria al confine tra Polonia e Bielorussia
Kasia Smutniak in Mur
Kasia Smutniak in Mur
Tempo di lettura 6 min lettura
20 ottobre 2023 Aggiornato alle 11:00

Kasia Smutniak decide di mettersi dall’altra parte della macchina da presa e dirige il documentario Mur per raccontare la crisi umanitaria che si sta consumando al confine tra la Polonia e la Bielorussia. Il documentario, girato con una troupe molto ridotta e con un’apparecchiatura “leggera” (telefoni cellulare, GoPro, piccole videocamere) rispetto a quella tradizionale che si richiede nel mondo del cinema, è un reportage e una testimonianza di ciò che si sta verificando al confine tra i due Paesi dove è stato eretto (come suggerisce il titolo stesso dell’opera) un muro.

Così Smutniak racconta l’origine del progetto e la sua idea iniziale: «In qualche maniera mi sono trovata a essere spettatrice di un inizio di qualcosa, e questa precisa sensazione è quella che chiamo “la genesi del male”, ovvero la genesi di un conflitto e della costruzione di un muro; mi interessava indagare questa situazione dal punto di vista umano. Dal vedere le foto che scorrono sullo schermo di un cellulare, sono passata all’azione, anche se racconto storie di persone “normali” e solo una di loro ha, effettivamente, scelto l’attivismo come carriera nella propria vita. Racconto storie di persone che hanno un background molto diverso: un operaio, una ragazza che non vive neanche in Polonia, uno studioso di lingua e cultura araba, tutti loro hanno pensato di andare a dare una mano concreta».

La regista, le cui origini polacche sono note ai più, procede poi a raccontare il lato più personale e sentimentale che l’ha portata a realizzare questo progetto: «Non so se mi era chiaro fin dall’inizio l’intento di collegare il mio passato con questa storia, però so che in qualche maniera ero attratta da questo confronto temporale tramite la mia vicenda personale, tramite la storia della mia famiglia. La mia, in particolare, non è una storia particolarmente interessante ma è legata a dei luoghi che hanno una memoria, come il ghetto di Litzmannstadt oppure la casa di mia nonna dove non entravo da anni. Speravo di unire presente e passato perché credo sia impossibile comprendere a fondo certi conflitti e crisi senza avere un quadro completo e questo si vede bene anche al giorno d’oggi: tutte le crisi che scoppiano trovano una loro radice nel passato».

All’incontro di presentazione della pellicola, alla Festa del Cinema di Roma, è presente anche Marella Bombini, co-sceneggiatrice del documentario e operatrice di macchina. Il documentario, nonostante si possa benissimo associare a un thriller per la costante tensione che porta sullo schermo, coinvolge lo spettatore non soltanto con la materia trattata, di grande attualità, ma anche attraverso le tecniche e le scelte registiche adottate, che recuperano molto dalla dimensione del reportage televisivo e dall’inchiesta giornalistica.

Spiega, infatti, Bombini: «Le riprese realizzate con il telefono cellulare o con la GoPro diventano subito il punto di forza del documentario: girarlo con queste apparecchiature ha contribuito a trasmettere un senso ancora più profondo di realtà e di verità. In alcuni casi, certo, ho utilizzato la camera ma Kasia molto spesso ha girato da sola, con due telefoni nascosti e in momenti in cui neanche la troupe capiva cosa stesse succedendo perché stava parlando in polacco con le autorità. Raccontavo quello che accadeva e che osservavo ma ho voluto anche raccontare e seguire Kasia, per mostrare l’ossessione che aveva nei confronti del muro. Ci siamo ritrovate in una situazione in cui era facile lasciarsi prendere la mano e non capire il limite di quello che stava succedendo intorno a noi».

Come ci si potrebbe immaginare, le situazioni in cui Smutniak e la troupe si sono ritrovati non sempre sono state tra le più tranquille, ma comunque vengono catturate e portate sullo schermo. Riguardo i momenti in cui la tensione e la paura sono più palpabili, Smutniak puntualizza: «Ammetto, in alcuni momenti, di aver avuto paura ma so bene che la paura che ho provato non può essere messa a confronto con quella delle persone che stanno vivendo questa situazione. Il mio più grande timore era di ritrovarmi in una situazione in cui avrei dovuto scegliere, allo stesso modo in cui i protagonisti di questo film prendono costantemente decisioni fondamentali; avevo paura di trovarmi in una situazione che sarebbe stata decisiva. Non sono forte né tantomeno un supereroe in grado di immagazzinare chissà quanto materiale audiovisivo; ho voluto raccontare anche questo aspetto fondamentale, che non considero assolutamente un tratto di debolezza. Ho cercato di essere il più sincera possibile per dimostrare che viviamo ogni giorno in un contesto in cui aprire un giornale, trovare una notizia sconvolgente, richiuderlo e fare finta di niente è diventato parte integrante della nostra quotidianità. Il tempo in cui viviamo ci consente facilmente di accedere all’informazione: siamo noi che dobbiamo scegliere cosa guardare e chi ascoltare. Si possono fare paralleli con la storia del passato e dire che le tragedie ci sono sempre state ma mai come adesso siamo stati spettatori diretti di tutto questo. Oggi abbiamo la possibilità di imbatterci in un ragazzo su TikTok che trasmette direttamente dalla striscia di Gaza e questo fa di noi persone consapevoli, che sanno: ci attribuisce un certo livello di responsabilità».

Infine, la regista chiude con un invito agli spettatori del documentario, ricordando uno dei compiti fondamentali del cinema, ovvero quello di portare attenzione su temi attuali e di aprire dibattiti. «Sono la prima a chiedere un confronto, un dialogo: una cosa bellissima dei film è proprio questa, ognuno può pensare qualsiasi cosa – dichiara Smutniak – e mi piacerebbe che le persone riuscissero a soffermarsi sui tempi in cui viviamo e provare a fare un collegamento con quello che eravamo nel passato, con il nostro bagaglio culturale ed emozionale. Il film si chiama Mur e racconta non solo di un muro concreto, ma anche di tutti quei muri “astratti” che abbiamo costruito con il tempo; in questi giorni è molto evidente che cosa comportano la costruzione di barriere e la chiusura entro i confini di queste. Chiedo solo di riflettere su questo».

Leggi anche
Esteri
di Chiara Manetti 4 min lettura